La Fotografia può essere una questione di GENERE? donne e uomini nella fotografia considerati alla pari ?

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A volte i numeri aiutano. Fanno capire le proporzioni e mettono a punto i giudizi. Quando parliamo, ad esempio, del posto delle fotografe nella storia della fotografia.

Possiamo dare un numero, sicuramente per difetto ma significativo, a quel posto.Bene, ne ho scritto in Fotocrazia qualche tempo fa.

Sono più di duemilacinquecento, da Adelaide a Zsusza. Duemilacinquecento fotografe nella storia della fotografia mondiale.

Rintracciarle e riunirle è stato un lavoro immane, che è costato a Patrizia Pulga, ricercatrice bolognese, un ventennio di lavoro. Ed è un compendio impressionate.

Bastano quelle cinquecento pagine di nomi e biografie di donne fotografe per inquadrare bene il problema di cui si occupa questo bel documentario francese di Manuelle Blanc e Julie Martinovic.

A differenza di altre storie settoriali, la storia della pittura, o della musica ad esempio, la storia della fotografia è colma di donne. Trabocca di donne. Le donne non hanno dovuto conquistarsi nel tempo un faticoso accesso all’espressione fotografica e perfino alla professione fotografica: l’hanno avuto fin dagli esordi.

Ci sono delle ragioni storiche, specifiche, che forse frenano gli entusiasmi femministi: la fotografia nasce a metà dell’Ottocento come una pratica inedita, solo vagamente – e tardivamente – assegnabile al campo e alla tradizione dell’arte, una pratica ludica, disimpegnata, privata, spesso familiare, forse addirittura più vicina al ruolo di cura che a quello produttivo, quindi all’area femminile più che a quella maschile nella divisione di genere del lavoro.

La fotografia era un campo di attività sociale comunque vergine, non disdicevole, in cui le donne poterono entrare senza subire penalizzazioni morali, e senza incontrare troppe barriere pregiudiziali.

Questo documentario, che coinvolge come vedrete quattro affermate fotografe (Jane Evelyn Atwood, Sarah Moon, Dorothée Smith , Christine Spengler), alcune studiose (Marta Gili, Marie Robert, Abigail Solomon Godeau ) e anche un singolo studioso maschio (Michel Poivert, il che mi offre un appiglio e un alibi per intervenire sull’argomento), credo sorprenderà tutti quelli e tutte quelle di voi che non abbiano una conoscenza approfondita della storia della fotografia, proprio per questo motivo: le donne fotografe sono tante, sono ovunque, hanno fatto di tutto.

Del resto, la storia della fotografia coincide anche cronologicamente con la storia dell’emancipazione femminile, dalle pioniere ottocentesche alle femministe del Novecento. Due fenomeni che nascono e crescono assieme tendono a sovrapporsi e a incrociarsi, e così è stato. I gender studies in fotografia sono molti, ed eloquenti su questo punto.

Eppure, un problema c’è. Io credo si possa riassumere così: se la storia della fotografia è stata fatta, in modo imponente, anche dalle donne, è stata scritta (con alcune importanti eccezioni, da Lucia Moholy a Naomi Rosenblum) dagli uomini.

Il problema di genere, nella fotografia, non sta sul versante della sua produzione. Sta sul versante della sua narrazione. Non potendo essere ignorata, la presenza femminile nella storia della fotografia è stata classificata, inquadrata, sottoposta a un framing dai confini molto stretti.

A dispetto di molte prove contrarie, la fotografia fatta da donne è stata assegnata quasi automaticamente all’ambito del privato, del familiare, del domestico, soprattutto agli esordi: Julia Margaret Cameron, lady Clementina Hawarden… In seguito, è stata assegnata all’ambito dell’intimo, dell’introverso, dell’autoanalisi: Diane Arbus, Nan Goldin, Francesca Woodman…

E quando non è stato possibile negare alle fotografe un ruolo “emotivamente” diverso, lo si è subordinato a quello degli omologhi maschili, al punto che molte pioniere di generi storici della fotografia, dal fotogiornalismo al formalismo modernista alla moda alle avanguardie, vengono ricordate spesso come “la musa di”, “l’ispiratrice di” un uomo: così è accaduto a Gerda Taro per Robert Capa, a Lee Miller per Man Ray, a Tina Modotti (purtroppo non ricordata nel film) per Edward Weston…

In cinquanta minuti, questo documentario smonterà molti di questi riduzionismi e di questi nascondimenti.

Forse vi aspettate che ponga anche una domanda, la domanda. Con una serie di domande di contorno.

Esiste una fotografia delle donne? Come la riconosciamo? Sarà una questione di contenuto? Di sensibilità? Di forma?

Io credo che sia una domanda mal posta. Uno sguardo fotografico specificamente femminile naturalmente esiste, ed è quello delle fotografe che hanno usato il loro medium per indagare la specificità femminile, la condizione femminile, i pregiudizi e i conflitti di genere.

Ma ci sono state anche fotografe che non si sono occupate di questo, e hanno fatto fotografia nei modi per i fini e gli scopi di altri tipi di fotografia. Quello che sconcerta in tante mostre di “fotografia al femminile” è proprio l’impossibilità, per chi le visita, di capire che cosa abbiano in comune di così evidente da poterne fare una specie di “genere”.

Chiedersi se esista qualcosa in comune nello sguardo fotografico di tutte le donne che hanno fatto fotografia, per come la vedo io (sono un maschio, mi pare di averlo detto, quindi accetto ogni eventuale crucifige volentieri, e non replicherò) significa presupporre che la fotografia delle donne sia riconoscibile solo come una differenza, uno scarto, una divergenza rispetto a una fotografia che sarebbe sostanzialmente maschile.

Come se si potesse estrarre la fotografia femminile dalla fotografia tout-court e farne un genere a parte. Un genere di genere. Ma se lo facessimo, se togliessimo il femminile dal fotografico, attenzione, non resterebbe in campo la fotografia maschile.

Non resterebbe proprio nulla: perché la fotografia è quella che è solo e soltanto perché è stata fatta anche, e molto, dalle donne. Che non sono vissute in una nicchia ecologica di resistenza o di clandestinità.

Il lavoro fotografico delle donne ha influenzato quello degli uomini fotografi e ha prodotto le condizioni di base su cui la fotografia complessivamente ha vissuto la sua evoluzione.

Alla fine di questo film, in effetti, una risposta viene data, ed è quella con cui io concordo assolutamente. Il lavoro delle donne fotografe non serve a capire la fotografia al femminile. Serve a capire la fotografia, punto e basta.

Le donne sono un “marcatore” profondo della storia della fotografia (noi diremmo: una cartina di tornasole); ed è ora di rovesciare, semmai, la lettura di quella storia, per convincerci che la fotografia ha un bisogno fondamentale della storia e dell’esperienza delle donne fotografe per riuscire finalmente a concepire se stessa.

Fonte Michele Smargiassi di Repubblica

Leggi anche : https://ilritrattofotografico.com/2019/08/07/le-donne-fotografe-dalla-nascita-della-fotografia/

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