Le donne fotografe dalla nascita della fotografia

blog, I grandi fotografi, Parlando di fotografia, Storia della fotografia

“La storia della fotografia si intreccia con quella delle donne fin dalla sua nascita, nel 1839”, spiega lo storico Michel Poivert nel documentario Objectif femmes, diretto da Julie Martinovic e Manuelle Blanc. “A differenza della pittura o della scultura, che richiedevano studi e abilità, la fotografia è stata da subito molto più accessibile e molte poterono imparare a usarla da autodidatte”, continua Poivert.

“Ciò che stupisce”, aggiunge la fotografa Sarah Moon, “è che per molte di loro la fotografia non era una necessità, non era il mezzo con cui potevano guadagnarsi da vivere. Era semplicemente un desiderio molto forte”.


Ci sono state anche artiste che hanno messo in discussione la propria identità. Come Claude Cahun (1894 – 1954), che scelse questo nome d’arte perché era uno dei pochi che in francese poteva essere usato sia dagli uomini sia dalle donne. Cahun concentrò la sua ricerca sulla sessualità e il genere: “Maschile? Femminile? Dipende dalla situazione. Neutro è l’unico genere con cui mi sento sempre a mio agio”, scriveva, riferendosi a un lavoro che è allo stesso tempo personale e fortemente politico.

Altre ancora hanno esaltato la bellezza del corpo femminile lavorando nel mondo della moda, come racconta Sarah Moon, che oltre a essere fotografa era anche modella. Altre sono andate al di là dei canoni estetici standardizzati come Lisette Model e poi la sua allieva Diane Arbus.

Nel film si racconta un paradosso: i primi manuali di storia della fotografia sono stati scritti da due donne a cavallo tra le due guerre. Uno, A hundred years of photography: 1839-1939, lo ha firmato la tedesca Lucia Schultz; l’altro, La photographie en France au dix-neuvieme siècle, la francese Gisèle Freund. Molte delle fotografe hanno sperimentato sia nella tecnica sia nello stile, a volte anticipando il lavoro dei colleghi uomini. Ma spesso questo merito non gli è stato riconosciuto né economicamente né professionalmente. A volte è stato persino attribuito alla persona o al compagno con cui lavoravano, come nel caso Lucia Schultz, moglie del fotografo e pittore ungherese László Moholy-Nagy, o di Gerda Taro, che oltre a essere la compagna di Robert Capa, è stata la prima fotoreporter uccisa sul fronte, durante la guerra civile spagnola, nel 1937 .

Negli anni settanta, durante le battaglie per la rivendicazione dei diritti, il corpo e la vita privata diventano uno strumento politico anche nel campo della fotografia. Cindy Sherman spinge fino all’assurdo i suoi travestimenti per fare ironia – e spesso sarcasmo – sul modo in cui la donna è rappresentata. E quando la dimensione privata è portata agli estremi si arriva alla fotografia cosiddetta autobiografica: Nan Goldin, Sally Mann e Francesca Woodman fotografavano se stesse, i loro amici, la famiglia, le loro paure, come se fossero guidate da una spinta compulsiva.

Questo breve elenco comprende solo una parte delle artiste raccontate nel film di Martinovic e Blanc, in cui gli esperti intervistati si chiedono quante siano quelle ancora da scoprire, di cui non si hanno tracce o il cui lavoro è stato attribuito a qualcun altro. O che, come nel caso più recente di Vivian Maier, non potevano permettersi di vedere le foto che scattavano – i rullini sono stati trovati molti anni dopo la sua morte.

Fonte Internazionale.it

E ancora …

Julia Margaret Cameron

Nata a Calcutta nel 1815, figlia di un ufficiale della East India Company e di un’aristocratica francese, scoprì la fotografia quando aveva quasi cinquant’anni, grazie a un regalo della figlia. Specializzata in ritratti, nel suo studio (ricavato in un ex pollaio) metteva in posa i soggetti in maniera teatrale, una caratteristica che contribuì a classificarla tra i primi esponenti della cosiddetta staged photography. Non solo. La sua particolare tecnica di ritratto leggermente fuori fuoco conferiva un’aura misteriosa ed eterea a tutti i suoi protagonisti, altro tratto distintivo che la portò nel giro di pochi anni ad affermarsi come una delle fotografe più apprezzate nella Londra vittoriana. Tra gli intellettuali dell’epoca, sfilarono davanti al suo obiettivo Charles Darwin, Alfred Tennyson e Robert Browning. Dovette però rinunciare alla sua passione dopo pochi anni di attività, nel 1875, quando il suo trasferimento a Ceylon le impedì di procurarsi con continuità il materiale fotografico.

Beatrice (1866), Julia Margaret Cameron

Dorothea Lange

Dorothea Margaretta Nutzhorn (il cognome Lange lo acquisì dalla madre) nacque a Hoboken, New Jersey, nel 1895, ma la sua vita si svolse soprattutto a San Francisco, dove approdò da giovane. Determinata a studiare fotografia, pur essendo affetta da un handicap a una gamba causato da una poliomelite, frequentò la Columbia University di New York con Clarence H. White, collaborando al contempo con diversi studi. Dopo un viaggio intorno al mondo, nel 1918 si stabilì in California. Distaccatasi ben presto dalla fotografia pittorialista, di moda in quel periodo, preferì concentrarsi su uno stile neutro e documentaristico, ritraendo la vita dura delle classi popolari americane, tra disoccupati, senzatetto e contadini. Tra i suoi scatti più importanti, La madre migrante, ritratto di una donna madre di sette figli, immortalata nel 1936 dalle parti di un campo di piselli ed entrata a pieno titolo tra le icone della fotografia. Devota alla verità e alla fotografia come strumento di testimonianza sociale, la Lange collaborò con la War Relocation Agency di San Francisco e l’Office of War Information, portando la forte testimonianza dell’impatto del secondo conflitto mondiale sulla società americana. Nel 1947 collaborò alla nascita dell’agenzia Magnum.

Migrant Mother, California (1936), Dorothea Lange

Gerda Taro

Il suo nome è inevitabilmente legato a quello di Robert Capa, compagno di vita, lotta e fotografia, ma la Taro è nota anche per essere stata la prima fotoreporter di guerra scomparsa sul campo, a soli 27 anni, uccisa da un carro armato durante la guerra civile spagnola, nel 1937. Al secolo Gerda Pohorylle, nata a Stoccarda da una famiglia di ebrei polacchi, entrò da giovanissima a far parte dei movimenti socialisti, scampando il carcere dopo essere stata arrestata per volantinaggio antinazista a Lipsia, dove era andata a studiare. L’incontro con l’ungherese André Friedmann, che oggi tutti noi conosciamo come Robert Capa (fu lei a inventare gli pseudonimi per entrambi) avvenne a Parigi. Lui le insegnò tutto ciò che sapeva sulla fotografia e, ben presto, Gerda non aveva nulla da invidiargli in quanto a doti fotografiche. Insieme decisero di seguire sul campo gli sviluppi della guerra in Spagna. Lui doveva essere lì quando lei morì e pare che non si riprese mai dalla perdita. Lei, invece, pur ferita gravemente, lottò per una notte intera per la sua vita, preoccupandosi soltanto che le sue macchine fotografiche non si fossero rotte. Oggi viene ricordata come una delle più grandi fotografe di sempre e la sua storia è raccolta in un romanzo uscito di recente, La ragazza con la Leica, di Helena Janeczek (edizioni Guanda).

War orphan eating soup, Madrid (1936/1937), Gerda Taro
War orphan eating soup, Madrid (1936/1937), Gerda Taro

Letizia Battaglia

Non poteva mancare una italiana nella lista di fotografe da conoscere: Letizia Battaglia, siciliana, classe 1935, è nota soprattutto per la sua attività di documentazione delle scene dei delitti di mafia, durante gli anni di piombo a Palermo, che contribuì a portare l’attenzione e a denunciare l’atrocità di quegli eventi. Ma Battaglia non è stata solo “la fotografa della mafia”: le sue foto, spesso in bianco e nero, raffigurano la città di Palermo nelle sue varie sfaccettature, le tradizioni, i quartieri, le strade, gli sguardi – soprattutto di donne e bambini, la miseria della vita quotidiana e lo splendore delle architetture, insieme ai volti e ai rapporti del potere.

Letizia Battaglia- La bambina con il pallone, quartiere la Cala. Palermo, 1980
La bambina con il pallone, quartiere la Cala. Palermo (1980), Letizia Battaglia

Diane Arbus

Nata nel 1923 a New York e di origini russe (il cognome da ragazza fu Nemerov), la Arbus è riconosciuta come l’artista dei “freaks”, per via della sua passione per i personaggi più strambi della società. L’artista, allieva di un’altra grande della fotografia, Lisette Model, amava ritrarre gli esseri umani nella loro diversità, evidenziando come questi strani soggetti si sentissero perfettamente a proprio agio nei loro panni, ponendo invece in uno stato di inquietudine lo spettatore. Tra le sue fotografie più note, Child with Toy Hand Grenade in Central Park, ritratto di un bambino che, con la testa piegata, un’espressione strana in volto e le braccia innaturalmente tese lungo i fianchi, stringe tra le mani una granata giocattolo;Identical Twins, raffigurante due sorelle gemelle, Cathleen and Colleen Wade, uguali sotto ogni punto di vista tranne che per l’espressione, una triste e l’altra felice; e Jewish Giant at Home with His Parents in The Bronx, che ritrae Eddie Carmel, un uomo affetto da gigantismo e impiegato in un circo, con cui la Arbus aveva stretto una forte amicizia.

Child with Toy Hand Grenade in Central Park (1962), Diane Arbus

Vivian Maier

È stata definita una “poetessa della periferia” e una “reporter senza giornale”, perché Vivian Maier, una bambinaia un po’ eccentrica dal carattere schivo e solitario, non era una donna come un’altra. In un vecchio deposito, infatti, sono state rinvenute più di 100mila fotografie di quella che è diventata una pioniera della street photography ancora prima che venisse coniato il termine.

Il rinvenimento dell’archivio fotografico

Era il 2007 quando John Maloof comprò a un’asta, a Chicago, degli scatoloni pieni di cianfrusaglie per poco meno di 400 dollari, scatoloni provenienti da un magazzino espropriato a una donna che non pagava più l’affitto. Rovistando tra giornali, abiti e oggetti vari, l’uomo trovò migliaia di fotografie, negativi e rullini ancora da sviluppare. Erano scatti dell’America degli anni 50′ e 60′, principalmente delle strade della capitale dell’Illinois. Erano le foto di Vivian Maier, al cui nome Maloof risalì dopo qualche ricerca e di cui decise di ricostruire la storia e l’intero archivio. Scoprì che la tata, americana ma di origini francesi, prestava servizio presso le famiglie dell’alta borghesia, occupando il tempo libero con un’unica, compulsiva attività: la fotografia.

Vivian Maier

Vivian Maier (1926–2009) era una donna solitaria e riservata, ma molto materna. Liberale e dalle forti convinzioni politiche, portava i capelli corti, abiti semplici e fuori moda e la macchina fotografica sempre con sé.
È un mistero su come Vivian avesse sviluppato un così grande talento; si sa solo che da piccola aveva vissuto con la madre (una francese che aveva sposato un austriaco, ben presto uscito dalla scena familiare) nella casa di Jeanne Bertrand, una fotografa di successo specializzata in ritratti. A parte questo, pare che Vivian non abbia mai conosciuto altri fotografi. Per tutta la sua vita, infatti, custodì gelosamente il suo lavoro, spendendo tutto ciò che guadagnava in rullini e finendo più volte sull’orlo del lastrico.
Grande osservatrice, la Maier fotografava la realtà della città secondo mille sfaccettature (la povertà, il lusso, il lavoro, il gioco dei bambini) e aveva la capacità di catturare istantaneamente le emozioni della gente. Il tutto senza destare alcun sospetto grazie a una Rolleiflex, una macchina la cui inquadratura costringeva la fotografa a guardare verso il basso, consentendole di evitare il contatto visivo con le persone, quindi di avvicinarsi a perfetti sconosciuti senza essere notata. Certo, era comunque necessario avere un ottimo tempismo, poiché una pellicola consentiva solo 12 scatti, quindi nessun secondo tentativo. Tra le istantanee di Vivian Maier, molte sono autoritratti riflessi in specchi e vetrine. Alcuni critici ipotizzano che fosse un modo per cercare se stessa, per capire il suo posto nel mondo.

Vivian Maier,

Fonte Moda a colazione.com

Un pensiero su “Le donne fotografe dalla nascita della fotografia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...