NUOVI CORSI DI FOTOGRAFIA stagione autunno 2019

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NUOVI CORSI DI FOTOGRAFIA stagione autunno 2019
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workshop al sabato – corsi individuali durante la settimana

ilritratto_andare oltre l'immaginel'autoritratto

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Inconscio e fotografia

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Sostenitrice della fotografia come mezzo per conoscerci e conoscere le persone intorno a noi, unendo cosi psicologia e osservazione, scopro e condivido con piacere l’articolo sotto, trovato in internet , fonte https://www.rimlight.it

Perché fotografiamo? Quali meccanismi psicologici scatena la fotografia sia in chi la crea, sia in chi la osserva? Nel libro “Oltre l’immagine”, 15 artisti sono intervistati non da critici o curatori, ma da psicoterapeute, e le loro immagini commentate alla luce delle teorie psicoanalitiche per conoscere in quali meandri della loro mente hanno origine. Rimlight ne ha parlato con le autrici del volume, Sara Guerrini e Gabriella Gilli.

“Tu non fai una fotografia solo con la macchina fotografica. Tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai sentito e le persone che hai amato”, affermava il celeberrimo fotografo Ansel Adams. Le fotografie che scattiamo, insomma, parlano di noi, delle nostre emozioni, delle nostre esperienze, trasmettono talvolta inconsciamente messaggi profondi sulla nostra esistenza e sui nostri valori. Anche un “selfie”, o più in generale un autoritratto, non è da considerarsi un semplice modo di soddisfare necessità esibizionistiche, ma nasconde percorsi profondi di conoscenza e di ascolto dei propri bisogni comunicativi.

È dal desiderio di approfondire questi argomenti che nasce il libro “Oltre l’immagine: inconscio e fotografia“, di Sara Guerrini e Gabriella Gilli, edito da Postcart. L’indagine è realizzata attraverso una serie di interviste, effettuate da psicoterapeute, ad alcuni artisti su temi cruciali delle vicissitudini umane: i legami d’amore, la morte, il corpo, l’identità e i luoghi sono infatti i vertici di osservazione, scelti dalle autrici, per parlare delle fotografie.

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Nel loro libro si parla soprattutto di fotografia introspettiva e intimista. Abbiamo notato anche noi di Rimlight, intervistando diversi fotografi per la nostra rivista, un crescente interesse per questo genere sia da parte degli artisti, sia dei lettori. “Sì, è certamente innegabile una tendenza crescente a volgere il nostro sguardo all’interno, in quel luogo immaginario tra la nostra pancia e i nostri pensieri”, ci conferma Sara Guerrini, docente presso lo IED di Milano e con esperienza di photo editor per testate quali Geo, Newsweek e D di Repubblica. “La fotografia esce da un’era dominata dal reportage, dalla moda e dalla pubblicità. Ora le immagini sono dominio di tutti e non solo del mondo della comunicazione che detta le sue regole. I nostri album di famiglia sono Instagram, Facebook, Snapchat e sono condivisi senza troppe sovrastrutture dalla maggior parte di noi. L’osservazione del mondo esterno – sia esso un paesaggio, una guerra, una nuova tendenza – che era richiesto nel mondo della fotografia professionale è stato contaminato da una moltitudine di linguaggi, molto più spontanei e autodidatta, che partendo dal singolo individuo hanno probabilmente trovato una naturale tendenza nel racconto del proprio mondo, degli elementi più vicini a noi e quindi quella della sfera privata e intima. Tutto questo avviene in un momento storico dove il mettersi in gioco ed esporre gli aspetti più fragili della propria personalità è sicuramente all’ordine del giorno.”

Quali criteri avete adottato per selezionare gli artisti presentati nel volume, quali caratteristiche vi hanno colpito?
Siamo partite confrontandoci su alcuni autori amati (o anche odiati) che avremmo potuto tenere in considerazione per un percorso-intervista di questo tipo. Il primo autore confermato è stato Arno Rafael Minkkinen, artista con cui Francesca Belgiojoso – l’autrice della categoria “autoritratto” – aveva già lavorato diversi anni. Siamo partite con un fotografo per categoria e mentre le psicoterapeute lavoravano alle loro interviste e susseguentemente ai testi, io ho proseguito la mia ricerca circoscrivendo lo sguardo e il pensiero alle nostre categorie: Identità e Corpo, Autoritratto, Relazioni, Morte e Luoghi. L’ambizione era di essere il più eterogenei possible, mantenendo coerenza tra i gruppi in modo da far interagire i lavori per opposizione o vicinanza di intenti. Abbiamo scelto dalle nuove leve ai veterani. Le “quote rosa” erano una prerogativa, ma in fotografia non manca certo l’offerta di autrici eccezionali e quindi non è stato difficile scegliere. Una delle cose che mi ha colpito di più durante la fase iniziale del libro è stato scoprire che la nostra intuizione rispetto al potenziale di ricchezza e di sensibilità degli intervistati si è solo confermata se non addirittura in alcuni casi, ribaltata in piacevoli scoperte.

Qual è il tema più ricorrente che avete individuato tra i progetti degli artisti intervistati? 
Il racconto dell’intimità. In forma di documentazione o messo in scena, e come ci tengo a ribadire, spesso involontario ma semplicemente necessario in uno specifico momento del percorso artistico degli autori.
La narrazione di percorsi personali dei singoli individui attraverso i social media o il tanto citato “storytelling”, per quello che riguarda le aziende e la comunicazione più in generale, riflettono un bisogno diffuso di individualizzazione del linguaggio, una forma di comunicazione che parla al singolo in modo più diretto. Molti dei nostri autori raccontano dell’enorme riscontro di pubblico suscitato dai loro lavori e la cosa certo non stupisce, visto il processo di identificazione che riescono a instaurare, spesso proprio in un fruitore che cerca la rilettura delle proprie fragilità attraverso la rappresentazione di quelle degli altri.

Molti artisti amano fotografare se stessi. In alcuni casi l’autoritratto è considerato solo espressione di narcisismo ed esibizionismo, ma cosa significa in realtà per l’artista?
L’autoritratto è narcisismo quando è semplicemente utilizzato per guardarsi, apprezzarsi e mettere in luce alcuni aspetti fisici. E’ esibizionismo quando è condiviso, quando racconta le nostre vite, quello che facciamo e dove siamo.
Per un’artista l’autoritratto è uno strumento per osservare se stesso in modo diverso, per entrare in contatto con emozioni differenti, è un’esperienza. Lo sguardo da un punto di vista esterno e in un certo senso oggettivo, aiuta a prendere coscienza di se stessi. Questo vale per tutti, ma per l’artista è un percorso di approfondimento molto più intenso, perchè cosciente dell’atto.

Alcuni artisti contravvengono alle classiche regole di composizione, o sembrano non preoccuparsi di illuminare correttamente i propri soggetti. Alcuni non si dichiarano neanche fotografi, ma usano la fotografia come strumento per i propri fini espressivi. Nella fotografia introspettiva, la narrazione sembra essere più importante dell’estetica dell’immagine. Perché?
Direi che in generale le regole di composizione e di illuminazione appartengono ormai alla “Prima Repubblica” della fotografia. Oggi possiamo forse più parlare di stili e forme, dove l’errore ha la meglio e lo snapshot è dominante. Anche la comunicazione visiva dei media cerca di rincorrere queste forme di rappresentazione per essere più vicina al linguaggio della fotografia parlato dai singoli individui con i loro smartphone.
Tra i nostri 15 autori ritroviamo però un’ampia palette di “tecniche”: lo sfuocato nebuloso di Antoine D’Agata, le messe in scena di Elinor Carucci, il bianco e nero iperestetizzante di Arno Rafael Minkinnen, la fotografia che interagisce con la pittura nelle tavole di Liu Bolin, le immagini ritrovate di Moira Ricci, il lento grande formato di Guido Guidi, ecc. I risultati sono spesso molto ricercati e con pochissimo spazio all’improvvisazione. Ad ogni modo la cosiddetta fotografia introspettiva persegue certamente una ricerca di libertà anche nei suoi modi di espressione, del resto: sto raccontando me stesso, chi può decidere come devo raccontare la mia storia?

Un tema affascinante di cui si parla nel libro è quello della morte, affrontato dagli artisti da diversi punti di vista e con diversi scopi espressivi. Ne abbiamo discusso con Gabriella Gilli, professore associato di Psicologia e direttore dell’Unità di Ricerca di Psicologia dell’Arte presso l’Università Cattolica di Milano.

Da cosa nasce il bisogno di affrontare questo argomento mediante la fotografia?
La morte è un tema molto poco affrontato a livello culturale e societario. Esiste, nei confronti della morte, una sorta di rimozione, di allontanamento dalla mente e dalla condivisione con gli altri. In altri termini l’individuo non ha una sufficiente rete sociale e culturale che lo aiuti a tollerare sia il pensiero della morte sia l’evento-morte stesso. Ma tutti ne siamo a contatto: perché muoiono le persone da noi amate, o anche solo conosciute, perché abbiamo, seppur nascosto, il pensiero della nostra stessa morte. Tra l’altro, la morte è frequentemente relegata negli ospedali, lontano dagli occhi dei parenti e amici. La morte non si vede, non si deve vedere se non forse anestetizzata e serializzata nei report di guerre e nella cronaca nera dei giornali e telegiornali. Ma il peso del pensare alla morte ricade su ciascuno di noi che si trova per lo più solo a sopportarne lo sconvolgimento, la paura, lo sconforto. Credo che la fotografia d’arte intercetti questa esigenza di rompere il tabù della morte. Ne mette in luce sia la potenza che ammutolisce sia quanto di vitale esiste comunque nel poterne vedere/parlare/sentir: la parte vitale è allora la nostalgia dolente e tenace del lavoro di Moira Ricci, o l’onestà nel dichiarare l’attrazione non tanto per la guerra quanto per le persone in guerra in Van Agtmael, o la lenta consapevolezza, per Philip Toledano, che la vita sia in realtà una costante elaborazione di piccole separazioni che alla nostra mente appaiono come morti. Infine, è la dimensione artistica delle fotografie che abbiamo considerato che è capace di restituire alla morte quella grandiosità e quella terribilità che ne sono l’essenza, togliendole la banalità, lo squallore, la morbosità che la accompagnano in altri contesti.

La fotografia consente di superare barriere psicologiche e sociali. La nudità, ad esempio, considerata indecente se mostrata in pubblico nella vita quotidiana, diventa espressione artistica, se opportunamente rappresentata, in fotografia. Cosa rappresenta il nudo per l’artista e per il soggetto ritratto?
Credo rappresenti la ricerca di una dimensione interiore, o più autentica, non coperta dalle consuetudini e dagli “abiti/abitudini” convenzionalmente vestiti. In alcuni può anche significare una provocazione contro modalità sociali ritenute perbeniste e più o meno ipocrite.

Perché una fotografia può piacere più di un’altra? Quali sono cioè le fonti di piacere che si celano dietro a una fotografia, sia per l’artista sia per l’osservatore?
Il tema del giudizio estetico o di gradevolezza (quanto piace un’opera) è molto complesso e non riducibile a pochi elementi. Comunque, uno dei fattori che contribuiscono a rendere apprezzabile una fotografia è l’interesse che artista o osservatore hanno per il contenuto che viene rappresentato: tendiamo ad apprezzare e a mostrare più attenzione a ciò che riteniamo importante e di valore per noi. E ciò che è importante per noi è ciò che entra in “risonanza” con i nostri desideri o i nostri timori. Cioè con ciò che ci interroga circa i nostri interessi profondi. È evidente che qui entrano in gioco la cultura e la sensibilità individuale (nel senso anche di capacità di empatia):più sono elevate, più l’individuo sarà in grado di “reagire” all’immagine elaborando temi emozioni pensieri che ne arricchiranno la fruizione e renderanno preziosa e gradita la fotografia.
Altro fattore è il riconoscimento della “maestrìa” con cui è realizzata la fotografia. Ovviamente gli esperti sono più attenti a questa dimensione tecnica. Esiste infatti una differenza nel giudizio estetico tra esperti e non-esperti: i primi valutano e apprezzano sia il contenuto sia la composizione dell’immagine e la sua riuscita tecnica, mentre i secondi valutano e apprezzano maggiormente gli aspetti di contenuto (se piace o meno il soggetto rappresentato) che pertengono alla propria soggettività, cioè gradiranno le immagini che raffigurano soggetti a loro graditi; pertanto il giudizio estetico dei non esperti è più soggettivo e più circoscritto rispetto a quello degli esperti.

Molti artisti dichiarano che la fotografia, in particolare quella intimistica, è per loro terapeutica. In che termini può generare benessere?
L’attività fotografica, o artistica in generale, non è psicoterapeutica in sé. L’azione terapeutica prevede una relazione effettiva con un altro esperto, uno psicoterapeuta o uno psicoanalista. Tuttavia, può essere benefica e apportare benessere poiché consente di avviare e di sostenere un processo di elaborazione dei temi che altrimenti insistono e “resistono” magari come sintomi, o dolori non comunicabili. Nella produzione artistica si attua una sorta di sdoppiamento dell’Io: mentre l’artista crea un lavoro sperimenta in qualche modo un proprio ‘doppio’ creativo, come se si “vedesse” mentre crea e dà forma a contenuti propri. La possibilità di esprimersi è benefica in sé, ma quando lo è entro una dimensione artistica lo è a maggior ragione. Inoltre, qualsiasi opera d’arte è un atto di comunicazione: prevede, anche quando l’artista non ne sia consapevole, un osservatore, uno spettatore, un altro (che come detto sopra può essere anche il proprio “doppio”) che accolga l’opera e ne rielabori il messaggio. In questo senso è almeno potenzialmente un “dialogo” che crea relazioni di senso e benessere.
Freud aveva spiegato la potenza dell’arte come “coscienza dell’illusività”: l’artista e il fruitore sono consapevoli del fatto che l’arte non sia la realtà, che rappresentare la morte, o il dolore, o il male, o anche la felicità in una fotografia non coincida con la realtà di quel contenuto, ma che proprio tale finzione consenta loro di vivere appieno ed emotivamente in modo intenso quel contenuto. È la stessa dinamica che fa sì che io possa commuovermi “davvero” alle scene commoventi al cinema o accettare con piacere di vedere scene di omicidi o parricidi nel teatro per es di Shakespeare; così nelle fotografie degli autori che abbiamo scelto possiamo avvicinarci a temi dolorosi o sconcertanti che altrimenti non potremmo trattare. E qualsiasi elaborazione mentale è un passo verso un maggior benessere: riuscire a pensare e a provare emozioni genera benessere di per sé.

Può la fotografia, in alcuni casi, diventare essa stessa ossessione anziché terapia, e addirittura generare dipendenza, creando disagio in sua assenza?
Non attribuirei la “colpa” alla fotografia di generare dipendenza o ossessività. Al massimo può diventare, come peraltro qualsiasi altra attività, sintomo di un disagio, correndo il rischio di venir assoggettata a riti ripetitivi e disfunzionali, ma non ne è certo la causa.

 

Retroscena del Ritratto [rubrica]

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Ci sono tanti modi di elaborare informazioni e concetti: didattico, visivo, pratico.
Serioso, tradizionale, scherzoso.
Sono una fotografa autodidatta, ho iniziato a scattare qualche foto dal 2011, prima non fotografavo né in vacanza né a mia figlia. Il motivo? Non lo so, forse semplicemente ero addormentata e un giorno, destino vuole mi sono svegliata.

Credo che “l’efficacia nella comunicazione” ce l’avessi già dentro, latente, infatti quando in questi anni è capitato di sentirmi posseduta da un’entità strana e ho scritto racconti e poesie d’istinto, di getto, senza necessità di correzione, chi mi conosceva mi chiedeva “ma l’hai scritto tu?” guardandomi come un alieno, io che avevo problemi a parlare a volte. Credo dipendesse dalla mia insicurezza e timidezza, dal mio non sentirmi all’altezza di nulla, ma il bisogno latente di esprimermi c’era e ancora non lo sapevo.
Ho sempre fatto fatica a scuola, la classica ragazza che si impegna tanto e si sente dire “dai ti dò il 6 per l’impegno”.
Cazzo come il 6 !!!! ho dato il sangue sui libri 😀
Probabilmente siete come me che eravate in classe con compagni che non studiavano e gli bastava aprire il libro 15 minuti prima della lezione e già sapevano tutto. I cosiddetti aspirapolveri del sapere. Li abbiamo odiati tutti vero?
Ad ogni modo questo per dire che non sono una che apprende con facilità, ma sono la classica goccia che cade, che continua fino a quando non ha capito. E cerco di spiegare e condividere quello che faticosamente ho imparato con leggerezza, ironia, a tratti anticonformismo. Ma questo perchè vedo tanta serietà in giro, tanta pesantezza, conformismo nell’insegnare la fotografia che penso non solo sia noioso ma a tratti pure inefficace e rischioso nel far passare la voglia di approfondire questa bellissima arte.
Il divertimento, la piacevolezza, la leggerezza e perchè no l’ironia, dovrebbero aiutare nel far si che si intenda la fotografia in primis come gioco, passione, passatempo. Ci sarà tempo per farla diventare seria, lavorativa non trovate?
Ecco che ho creato una rubrica “Retroscena del Ritratto”, di concetti importanti ma scritti in modo leggero e pratico, per tutti, anche per chi come me ci mette un po’ a capire le cose. Spero vi piaccia.
Se avete domande da farmi sarò felice di rispondervi e magari la vostra domanda può essere pubblicata e condivisa con altri che leggono questo blog.
Scrivetemi pure a info.micaelazuliani@gmail.com
E se vi piace il mio approccio educativo, vi ricordo che organizzo corsi individuali e di gruppo, di fotografia base, ritratto, boudoir, nudo.
A presto!

Micaela

Alcuni articoli della rubrica Retroscena del Ritratto, clicca sull’immagine per leggerli.

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Intervista a Monica Cordiviola, mostra e workshop.

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Ciao Monica, da anni seguo il tuo modo di rappresentare le donne, unico, fisico, carnale. Ciò che contraddistingue le tue fotografie è l’immagine di una donna forte, carismatica che non ha paura di mostrarsi ed essere autentica, non richiede il consenso ma è ciò che vuole essere. Percepisco che ci sia molto del soggetto ritratto, ma anche molto di te, seguendoti un po’ su facebook.
Hai fotografato bellissime donne tra cui la più conosciuta Martina Colombari, lavori per riviste ed editoriali di moda, ultimamente ti stai rivolgendo però anche alla fotografia maschile, fotografando si modelli, ma anche personaggi famosi nel mondo della ristorazione tra cui il grande chef Cracco.
Da qui vorrei farti alcune domande prima della mostra  “Dialoghi d’autore, un percorso nella fotografia contemporanea” stasera a Bottega immagine.

1) E’ vero che ogni persona è a sé, ma vedi delle differenze tra i soggetti maschili e quelli femminili che devi fotografare? Il tuo approccio è lo stesso o cambia?
Trovi delle resistenze maggiori negli uomini a lasciarsi andare essendo comunque scatti anche molto intimi ed espressivi ?

Monica: Tendenzialmente non trovo che ci siano differenze nel fotografare uomini e donne, è ovvio che bisogna fare una specifica,  nel senso che fotografare degli uomini modelli professionisti è un conto, se invece parliamo di fotografare donne o uomini non professionisti allora si, lì le differenze ci sono perché una donna è più predisposta a stare davanti alla macchina fotografica, è da sempre più vanitosa rispetto all’uomo, sebbene nell’ultimo periodo anche gli uomini iniziano ad esserlo. L’uomo invece è sempre più ostico davanti all’obiettivo e preoccupato di cosa deve fare, come verrà, non sa come mettersi e teme di non venire bene in foto.
Quindi se devo rispondere penso che a livello fotografico sia questa la differenza più evidente tra l’universo femminile e l’universo maschile.
Per quanto riguarda il mio approccio, no non cambia nei confronti di un uomo o di una donna: sul lavoro sono una persona estremamente seriosa, perfezionista, mi piace curare tutto nei minimi dettagli, quindi per me avere davanti un uomo, una donna, una persona anziana o un bambino poco cambia.
Il fatto che io nasca come ritrattista autodidatta e autoritrattista è determinante e mi ha agevolato: ho iniziato 15 anni fa realizzando autoritratti che mi hanno permesso di capire come stare davanti alla macchina fotografica e ogni qualvolta mi trovavo di fronte una donna da ritrarre, che voleva tirare fuori quello che era il suo lato più femminile, più sensuale, ho sempre cercato di proiettarmi nella sua fisicità, traslarla nella mia, domandandomi come sarebbe essere fotografati da questa persona e come potrei essere al meglio. E così riuscivo, non sempre perché non è sempre facile, a tirare fuori il lato migliore che io percepivo in quella persona.
Nell’uomo non cerco di tirar fuori il lato sensuale, erotico, non mi interessa, sono molto più attratta dal tirare fuori quelle cose che per loro sicuramente sono definite debolezze, mentre per me sono dei gran punti di forza a livello fotografico in un ritratto, mi piace far venire fuori quelli che sono i talloni d’Achille di questi maschietti.

2) Fra pochi giorni inizia il tuo primo workshop di ritratto specifico sull’uomo , due giornate interamente dedicate all’arte di fotografare uomini, dall’uso della luce alle tecniche di post-produzione fornendo utili consigli per ritratti, pubblicità e immagini di moda. E in commercio ad oggi esistono solo un paio di libri dedicati a questo tipo di fotografia eppure a mio avviso è un mercato in forte espansione e ghiotto per molti fotografi. Come è stata la reazione degli addetti al lavoro, i fotografi e le fotografe sono interessati ad investire sugli uomini ?

Monica:  la reazione al workshop di ritratto maschile inizialmente è stata immediata, molto intensa, nel senso che mi hanno scritto tantissime persone, devo dire quasi tutte fotografe donne, solo due uomini hanno aderito finora all’iscrizione e questo mi fa pensare parecchio, perché fondamentalmente la fotografia di ritratto è un ritratto. Potrebbe essere un ritratto ad un uomo, a una donna, a un anziano, a una persona bella, a una persona oggettivamente più bruttina, a un animale. E’ un ritratto e un ritratto per me dovrebbe essere asessuato, scevro da ogni vincolo mentale che ci si possa mettere sopra, quindi se tu ami il mio genere di fotografia, che io ritraggo una donna o un uomo non dovrebbe cambiare, è sempre un ritratto.
Detto questo, penso che in Italia ci sia ancora qualche tabù da buttare giù, abbiamo purtroppo fior fiore, decine, centinaia di eventi fotografici del sabato e della domenica, da un tanto al chilo, e non voglio parlarne male perché si è detto e ridetto di tutto e di più.  Mi riferisco al fatto che la Fotografia di un certo tipo non dovrebbe scendere a certi livelli, a certi compromessi, quindi molto probabilmente qua in Italia credo che ci sia ancora l’emblema della “bellona”. Ti faccio un esempio: se io faccio un workshop con una donna,  devo farne uno a metà maggio sia a Roma che qua a Milano, ho già fatto il sold-out . Questo ti fa capire la differenza, che per la fotografia al maschile le persone sono ancora un po’ reticenti ed è brutto perché ci si riferisce ad un essere umano, l’uomo nella sua bellezza, nella sua particolarità, nelle sue caratteristiche, quindi ecco non dovrebbe avere sesso secondo me il ritratto.

3) Pensi ci sia una differenza nella fotografia maschile tra l’estero e l’Italia oggi ?
Monica: 3) Sì sicuramente c’è molta differenza perché all’estero e soprattutto in Europa del Nord gli uomini modelli professionisti lavorano tantissimo e sono molto richiesti, decisamente meno rispetto al mercato italiano. Poi se parliamo di uomini normali, che non lo fanno di mestiere, sì  non c’è assolutamente mercato e secondo me dovrebbe crescere perché è vero che noi donne siamo splendide, ma lo sono altrettanto gli uomini. Sarebbe bellissimo fotografarli in maniera del tutto naturale e lavata da tutti questi preconcetti che ancora purtroppo ci sono.

4) Il fatto che ci siano più fotografe donne come corsiste lo vedi come una maggiore apertura mentale della donna o perché pensi l’ uomo fotografo sia in difficoltà a fotografare un altro uomo o per il discorso che al fotografo interessa più la donna da ritrarre magari poco vestita?

Monica: Io credo che sia un po’ riferito a entrambe le cose, cioè sia la donna che mentalmente da questo punto di vista è sicuramente molto più elastica, molto più aperta a certe esperienze nuove, a una fotografia comunque diversa, differente, e credo che sia anche ahimé un discorso che l’uomo fotografo  sia più in difficoltà a fotografare altri uomini soprattutto se ci riferiamo al nudo maschile. Se tu pensi ai grandi maestri della fotografia mondiale, la maggior parte di quelli che fotografavano uomini nudi erano praticamente quasi tutti omosessuali quindi credo che ci sia proprio una reticenza in questo senso. Nella storia dell’arte in generale, in tutta la nostra cultura occidentale, una cosa che salta subito agli occhi è la quasi totale mancanza di donne, nella pittura e nella scultura sono state dominate dai maschi e solo ultimamente invece che nell’architettura, nella pittura e forse nella fotografia tante donne  hanno intrapreso questa strada. E’ una grande rivincita anche se il panorama totale è sempre una minoranza. Per quanto riguarda invece il discorso della donna fotografa che ritrae gli uomini, penso che ci sia ancora un gap da superare, però noi ci proviamo.

So che sei molto impegnata ad allestire la mostra, per cui ti ringrazio del tempo dedicato e ti faccio un in bocca al lupo per stasera e per il tuo nuovo workshop.

Il suo account Instagram: www.instagram.com/monicacordiviola/
Il suo sito personale: www.monicacordiviola.com

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stasera, 21 marzo dalle ore 19:00 alle 20:30
DIALOGHI D’AUTORE : Monica Cordiviola
Incontro, mostra e proiezione immagini
presso Bottega Immagine
via Farini, 60 Milano
http://www.bottegaimmagine.it/dialoghi-d-autore/

workshop GLI UOMINI di Monica Cordiviola
http://www.bottegaimmagine.it/gli-uomini-di-monica-cordiviola/

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Vuoi fare il fotografo? Hai 3 secondi per venderti al meglio

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Tenendo corsi di fotografia e consulenza a distanza di marketing l’errore che vedo più frequente è sempre lo stesso: la vendita di se stessi, incerta, raffazzonata, che dimostra poca cura, professionalità e idee molto confuse su cosa si vuole essere e in che settore operare.
Andiamo con ordine….

Candidatura come assistente

Se ti occupi di automobilismo, motociclismo, o cibo e mandi la tua candidatura seppur buona, perchè dovrei considerarti ? Cosa centra con il ritratto, se io mi occupo di questo ?
Uno potrebbe dire “beh magari è interessato a questo genere che non ha mai trattato finora…?!” certo, ma io che ricevo la mail non penso bene, se non me lo specifica nel corpo della mail, penso piuttosto che questo candidato ha fatto copia e incolla e inviato a tutti i fotografi della città la sua candidatura.
Un po’ come avviene per le aziende. La fotografia non è diversa, non è una professione di serie B ma ha tutti i crismi di selezione di una multinazionale. 
Stiamo parlando di lavoro, soldi, investimento, io fotografo dovrei INVESTIRE su di te a occhi chiusi, questo comporta tempo da dedicarti, energie, lavoro, se lo faccio bene.
E se investo, devo investire su un soggetto che penso sia interessato o portato per ciò che io faccio o posso insegnare. Ma soprattutto, cosa fondamentale, investo su una persona che è professionale, che cura il suo lavoro, che approfondisce, e che non fa le cose tanto per fare, dato che questo genere di persone è ovunque.
Quindi quando inviate la propria candidatura fatelo con il metodo consigliato per le aziende:
– conosci il fotografo dove vuoi inviare la tua richiesta di stage
– ti piace? cosa ti piace di lui/lei. Diglielo. Dimostra che hai approfondito e motiva la tua scelta. Avere consapevole e padronanza delle proprie scelte è il primo motivo di stima e apprezzamento, dimostra interesse ! e qui ritorniamo al mio articolo sul “Il Ritratto è seduzione” ovvero interessati degli altri.
– se il tuo portfolio è lontano dal settore a cui ti stai indirizzando, scrivi il motivo
– e se possibile nel corpo della mail scrivi il nome e cognome della persona a cui stai inviando la tua candidatura. Stai pensando di investire il tuo futuro su questa persona e non conosci nemmeno il suo nome ? 

Ora passiamo al fotografo che vuole promuoversi in internet. 
Partiamo dal presupposto che la gente che guarda il tuo sito o il tuo account instagram o di facebook sta 3 SECONDI !
In questo brevissimo tempo hai la possibilità di trattenerlo e incuriosirlo o farlo scappare per la noia, è nelle tue mani e tu puoi decidere! 
E’ un po’ come quando si cammina per strada e vedi una vetrina di un negozio accattivante, il tempo è lo stesso, 3 SECONDI, prendere o lasciare, in quel tempo il negoziante se ha investito in una buona vetrina sicuramente saprà attirare l’attenzione. Parliamo ora solo di attirare l’attenzione, il comprare dipende da svariati fattori, più o meno simili.
L’errore che si fa alle prime armi, l’ho fatto anch’io tranquilli, è quello di mettere tutto nel proprio sito, creando un gran minestrone e non dando l’idea di essere un professionista specifico di un determinato settore. A qualcosa purtroppo bisogna rinunciare per avere in cambio un messaggio efficace. Ciò che tu vuoi che si capisca, la gente lo recepisce ma sta alla tua chiarezza renderlo tale.
Se come me ti occupi di più cose ti consiglio di creare ad esempio 2 account instagram diversi o 2 siti oppure scegliere settori diversi ma della stessa branchia, esempio: io mi occupo di ritratti, boudoir, corsi di ritratti e boudoir. Sono foto comunque alle persone e quindi hanno un senso. Non faccio automobilismo o food, still life e poi ci metto matrimonio, ritratto, cani.  Mi spiego?
Altra cosa ..questo è l’errore più diffuso sia per le modelle, fotografi, truccatrici..
Hai il tuo account su facebook (il discorso vale anche per instagram ma ora lo accantoniamo) che usi anche per lavoro e nei tuoi album di foto c’è la torta fatta, il cagnolino al parco, la nonna con la dentiera, i tuoi selfie più o meno ammiccanti, i tuoi figli e la gita in montagna. I tuoi lavori non ci sono o ci sono per il 2% e li tieni custoditi gelosamente sul tuo sito.
Peccato che sul tuo account di facebook nella sezione informazioni non hai scritto il tuo sito e se hai una pagina di facebook nel tuo account in alto a sinistra non hai creato un collegamento IMMEDIATO alla tua pagina così che le persone se dopo aver visto la torta, la dentiera, il gattino e i tuoi figli vogliono approfondire ciò che fai, non possono farlo.
No! non l’hai messo.
Quindi nei famosi 3 SECONDI in cui una persona è venuta da te, l’hai fatta scappare perché ha ritenuto che non fossi un professionista, certo non ha visto te come professionista, NON GLIELO HAI DETTO! . E questo solo per colpa tua.
Ci sono persone che approfondiscono, ma sono rare e devi metterle nelle condizioni di farlo.
Se usi facebook per lavoro e decidi di usarlo anche per la tua vita personale, almeno crea un album specifico con un titolo chiaro e soprattutto scrivi il tuo sito e/o la tua pagina fb o link a instagram.
Il discorso vale anche per quei fotografi amatoriali che cercano modelle da fotografare e si lamentano che queste non accettano.. ti proponi seriamente? Hai un’immagine profilo chiara che ti rappresenta? o hai il cartone animato per nasconderti ?
Una modella dovrebbe prendere il treno, investire il suo tempo, RISCHIARE di essere fotografata da uno sconosciuto, a queste condizioni ?
Più dai un’immagine di persona seria, professionale, curata e più la gente deciderà di investire su di te. Tu faresti lo stesso, no? 😉
Queste sono le prime cose e più urgenti, ovviamente la vendita del proprio marchio è un lavoro che impegna molto, senza un buon marketing un libero professionista non vive.
Se vuoi approfondire e avere una consulenza personalizzata puoi seguire uno dei miei corsi, di gruppo o individuali. https://www.micaelazuliani.com/corsi

La timidezza nella fotografia, è un ostacolo?

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La timidezza può rappresentare un grande ostacolo per chi inizia a fotografare, ma è veramente un ostacolo ? Analizziamolo insieme.
Premetto che chi mi conosce oggi si stupisce quando svelo che sono stata molto timida e a tratti in alcune situazioni lo sono ancora, ma non lo do a vedere.
Se può servire come incoraggiamento vi dico che quando ho comprato la reflex, non avendo mai fotografato pensavo che andare in giro con questa macchina costosa significasse per chi guardava da lontano, essere bravo e un professionista, per cui per strada giravo con la fotocamera e se dovevo guardare il display per controllare la foto scattata, mettevo la mano sopra per nasconderla ai passanti perché avevo paura che fosse sovraesposta. Si perché ai passanti interessa cosa faccio io e ancora… i passanti vedono a raggi x la mia foto, no?! 😀  Ma sappiamo che quando uno è insicuro si inventa tutto nella propria testolina!
Una sera ricordo che sono andata a teatro a vedere un concerto e mi sono portata la mia fotocamera, era la prima volta che fotografavo un evento pubblico. Ho scoperto poi che era vietato ma qualche scatto l’ho fatto tutta piegata per non farmi beccare.
Non ci crederete ma dietro di me un signore mi fa “ma noo! io non metterei quelle impostazioni !!!!” e scoprire che era un fotografo o presunto tale. La mia paura si era materializzata, da non crederci  uahh ah ah ah 😀 Volevo sprofondare!
Continuo dicendovi che ho iniziato presto a fotografare le persone anche in studio per progetti artistici o sociali, non le conoscevo ma mi ero messa in testa come sfida che volevo in un breve tempo riuscire a raccontarle, valorizzarle, metterle a proprio agio senza sapere chi fossero e senza avere la padronanza della fotografia.
La passione per la fotografia era di gran lunga maggiore della mia timidezza, ma in qualche maniera la tensione doveva uscire e infatti per stress e timidezza sudavo.
Così mi ero organizzata con 3 magliette identiche che cambiavo durante lo shooting senza che le persone scoprissero il mio imbarazzo, anche perché ero io a dover rassicurare loro e non viceversa!
Un altro episodio che mi viene in mente è il primo workshop di ritratto che ho fatto, di due giorni in cui l’insegnante ci ha spronato a turno a farci fotografare per capire meglio cosa si provava. Bene…..quando è toccato a me, la 2° del giro, io sono diventata non rosso peperone ma blu, l’insegnante “carinamente” 😀 ha preso me come esempio di soggetto timido, volevo morire 😀 😀
Tutto questo per dire cosa ? Che se l’ho superata io, la potete superare anche voi.
La timidezza certo può essere un ostacolo, ma dipende se la fate come amica o nemica.
Usarla come amica significa non nascondersi dietro ad essa, ma vederla come valore aggiunto di sensibilità, siete una persona sensibile e timida, non siete freddi, cinici, insensibili, arroganti. E consiglio vivamente di non nasconderlo agli altri, intendo dire che se vi trovate in un momento di imbarazzo, ditelo! “scusami ma sono all’inizio sto imparando” oppure ” sembro timido, in realtà è vero lo sono e ci sto lavorando” o puntare sull’ironia e autoironia. Insomma se lo dichiarate che lo siete, la gente non solo apprezzerà la vostra sincerità ma farà in modo di farvi sentire meglio.
E poi scusate ma non siamo tutti uguali, non siamo robot e siete solo timidi, non avete ammazzato nessuno.
Ma vi dico anche che più vi sforzate di fotografare e di stare a contatto con le persone e più sarete meno timidi, prenderete coraggio e sicurezza ogni giorno di più.
Ci sono attori famosi che hanno iniziato a fare recitazione proprio per superare questo problema e nessuno lo immaginerebbe.
Ciò che allontana le persone e fa si che un ritratto non venga bene è la distanza che si percepisce tra un soggetto e l’altro, se voi siete distanti, in imbarazzo sicuramente il vostro ritratto farà fatica a concretizzarsi e questo perché la famosa “connessione” non avviene, ma se voi dite al vostro soggetto ” perdonami ho problemi di timidezza, ma ti trovo molto interessante e vorrei fotografarti” vedrete all’istante che la persona si scioglierà perché avrete ammesso una vostra fragilità, lo avrete dichiarato, e al contempo l’interesse verso l’altro è maggiore da superare il vostro problema.
L’avrete conquistata all’istante e piano piano vedrete che la vostra timidezza si scioglierà da sola.
Diventa un ostacolo invece se la fate vostra nemica, se non vi mettete alla prova, se non la utilizzate per migliorare come persone, se vi chiudete ancora di più in voi stessi, allora si che diventa una strada senza uscita.
In bocca al lupo 😉

Fotografare “a cappella”

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Se mi state seguendo e avete avuto occasione di leggere i miei precedenti articoli, ormai capirete che il mio modo di intendere la fotografia è molto visivo, quotidiano e lo associo ad arti diverse. In questo caso l’altro giorno non so per quale motivo mi è venuto in mente il canto a cappella che mi ha fatto pensare alla fotografia.
Mi rifaccio ad un testo preso da  Supereva.it per spiegare innanzitutto il significato di questo modo di cantare.
“Sapete perché si dice “a cappella” quando si parla di alcune esibizioni canore? Innanzitutto ricordiamo che tutte le performance che non contemplano alcuna presenza di strumenti musicali si definiscono a cappella.  Il canto a cappella risale all’epoca della preistoria, quando gli uomini si raccoglievano intorno al fuoco ed elevavano al cielo, rivolgendosi agli dei, canti propiziatori e di ringraziamento. Questa sorta di preghiera veniva enunciata solo con la voce, senza alcun accompagnamento proveniente dall’esterno.La locuzione canto a cappella discende dal periodo del Rinascimento, dalla pratica della musica gregoriana e dalla modalità di esecuzione della schola cantorum. Il gruppo di cantori, formato da monaci e chierici, usava solo la voce, senza intervento né dell’organo né di altri strumenti, e si esibiva in una cappella laterale della chiesa.
Con il progredire dei tempi, il canto a cappella non è rimasto confinato nell’ambito sacro, ma si è allargato anche in altre aree musicali. Questo tipo di esibizione, che dà molto spazio all’espressione delle emozioni, si è rivisto infatti nel canto popolare, nella musica jazz, nel pop, nello swing, nel gospel, negli spiritual, nel folk tradizionale, nel doo-wop americano degli anni Cinquanta, e ci sono ancora oggi numerosi cantanti nel mondo che portano avanti questa tradizione. ”

Se pertanto unisco questa immagine, di utilizzare la sola voce per dare spazio alle sole emozioni, la metafora con la fotografia a mio avviso ci sta tutta: fotografare senza cavalletto, luci artificiali, pose, abiti, artifici vari e concentrarsi solo sulle emozioni.
Già nel progetto Donne allo specchio e Uomini allo specchio, progetti molto interessanti che ho avuto il piacere di poter realizzare, ho messo in pratica questo approccio, ma in questo periodo mi sono spinta oltre, ovvero mettendo il soggetto seduto, con uno sfondo nero e fotografarlo senza dare la minima indicazione del cosa fare, semplicemente concentrandomi sulle sue emozioni ed espressioni.
E’ una sfida in primis vissuta dal soggetto che non sa cosa fare e dopo qualche minuto di imbarazzo, decidere di cogliere e vivere in modo spontaneo e autentico, e una sfida per me perché spesso non conosco le persone prima, non so che reazioni potrebbero avere o che carattere, temperamento hanno, o come potrebbero prendere questa mia decisione di non dirigerle.
Ma è proprio fotografare a cappella, in modo cioè spontaneo, IMPROVVISATO, libero, che si evolve da solo il ritratto e spesso, anzi sempre, vengono fuori degli scatti molto intensi e veritieri.
Vi sprono quindi a provarci, a lasciar fare all’improvvisazione e cogliere l’attimo e le emozioni che si presentano a voi.


Masturbazione-sessualità-fotografia. C’è un nesso ? si, ma non è quello che pensate.

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Mi rendo conto che i titoli dei miei articoli sono spesso irriverenti, provocatori, ma alla base c’è sempre a mio avviso una metafora interessante su cui fermarsi e riflettere per un momento.
Ciò che contraddistingue gli articoli che scrivo e il mio modo di insegnare la fotografia è che sono poco didattici in senso tradizionale, ma estremamente pratici e a tratti visivi.
Torniamo al titolo… masturbazione, sessualità, fotografia, c’è un nesso ?
Immagino che ora penserete agli squallidi ed imbarazzanti episodi di quei fotografi che cercano modelle, o presunte tali, con lo scopo di rimorchiare e fare sesso. Ecco toglietevi questa immagine.
Nei precedenti articoli ho scritto di quanto sia importante conoscersi, di come il ritratto sia per me associato alla seduzione. Se vi siete persi gli articoli li potete trovare nella rubrica Retroscena del ritratto.

Mi riferisco in questo caso al fatto che per avere una buona, sana e soddisfacente sessualità col partner sia indispensabile conoscersi, conoscere il proprio corpo e ciò che ci procura piacere. Non a caso ginecologi e dottoresse suggeriscono alle persone che hanno problemi a lasciarsi andare sessualmente di prendere uno specchio e guardarsi le parti intime e perlustrare le stesse, cercando di scoprire quali sono i punti e i modi, che sfiorandosi, possono darci piacere.
Se non ci conosciamo e non sappiamo cosa ci piace, come possiamo pretendere che altri ci diano piacere? In qualche maniera soprattutto all’inizio è utile dirigere e far capire all’altro cosa ci piace e cosa ci infastidisce ….
La stessa cosa avviene in una relazione sentimentale, ovvero se noi non ci conosciamo non possiamo sapere che compagno o compagna desideriamo al nostro fianco, che caratteristiche prediligiamo e scegliamo rispetto ad altre.
Ecco a questo mi riferisco parlando di fotografia e soprattutto di ritratto!
E’ un concetto che ripeto spesso, ma che ritengo sia il primo e più importante se si vuole usare la fotografia per comunicare ed esprimere chi siamo e come vediamo il mondo.
Se non sappiamo che genere ci piace, se non sappiamo che temperamento abbiamo, se non abbiamo idea di cosa vogliamo dire o semplicemente cosa ci piace, le nostre fotografie saranno sempre vuote, è inevitabile.
Ed è per questo motivo che, soprattutto all’inizio, è importante scattare per il gusto di farlo, senza ansia da prestazione, senza aspettativa di like, di giudizio, ma farlo per il semplice benessere di conoscere e conoscerci, come poi avviene nella masturbazione, in cui si è da soli, liberi di sperimentare e senza la preoccupazione dell’altro.
Spesso invece chi inizia a fotografare pone la questione già in una maniera seria, quasi lavorativa ma senza esserlo in realtà: contatta le modelle che non sa né gestire né dirigere, non sa che stile realizzare, non ha la minima idea di come valorizzare il corpo con pose mirate e non ha un progetto in mente, quindi piazza queste donne in piedi per strada, in un’ex fabbrica o in studio col rotolone di carta come sfondo e il lavoro è concluso. Le fotografie secondo voi come potranno essere se non vuote ?
Ricordiamoci che prima di essere fotografi dobbiamo essere comunicatori o quanto meno avere un’idea in testa di ciò che vogliamo trasmettere.
Buona masturbazione fisica e mentale a tutti. 😀

GLI ALIBI DEI FOTOGRAFI

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In questi anni sia durante i corsi che tengo sia nella consulenza a distanza mi sento dire spesso dai fotografi emergenti e non, sempre le stesse scuse:

– non trovo i soggetti da fotografare
– le modelle non sanno posare
– i soggetti sono brutti quindi cerco chi non ha inestetismi o kg in più, perchè chi è in sovrappeso mi rovina il portfolio
– i clienti non mi pagano e devo rincorrerli dopo il servizio fotografico
– ho mille impegni, tra casa, figli, lavoro e non ho tempo per consegnare le foto in tempi brevi
– ci sono mille fotografi in giro che si improvvisano e mi tolgono i clienti
– invio le foto alle agenzie ma nessuno mi risponde
– non ho tempo per essere social o aggiornare il mio sito
–  ho pochi like, mettono i like solo alle foto dove ci sono belle donne con sederi e seno scoperto
– non ho tempo per aggiornarmi, per studiare e sperimentare
– non ho soldi per un’attrezzatura valida, da studio…..

Alibi, sono solo alibi che voi vi ripetete ogni giorno come un mantra. 
Ho sempre detto che nessuno vi ha puntato una pistola alla testa e vi ha obbligato a fare questo lavoro, ma se lo fate dovete essere consapevoli che è una professione figa, entusiasmante ma anche molto stressante, perchè c’è molta competizione e bisogna differenziarsi per emergere. In una parola ….bisogna avere fame, sentire che si fa perché non se ne può fare a meno e farlo in primis per se stessi e non per essere apprezzati dagli altri.
Dimenticatevi i like, dimenticatevi l’attrezzatura costosa, dimenticatevi di fotografare la modella strafiga e piano piano scattate facendolo per voi, per un vostro piacere personale.
Avete qualcosa da dire o scattate tanto per pubblicare una foto sui social ?
I soggetti da fotografare si trovano, bastano gli amici, i vicini per cominciare e non per forza le modelle che vedete sui gruppi di facebook. Se amate i ritratti non è indispensabile un soggetto particolare, ma un soggetto che voi potete raccontare.
Vi basta per fare pratica!
Le modelle non sanno posare. Forse non sono loro che non sanno posare, ma voi che non sapete come dirigerle e delegate loro per sopperire ad una vostra mancanza di esperienza,di studio, di ricerca.
I soggetti con kg in più mi rovinano il portfolio. O forse siete voi che non sapete come valorizzarli, con pose mirate? Per questo esistono tante foto d’ispirazione sia in internet che nei libri specifici.
I clienti non pagano e devo ricorrerli . Errore! Perché non farsi pagare prima ? Quando la gente va dal macellaio non paga al momento ? Quando dovete acquistare i biglietti del concerto non pagate prima ? Perché la vostra attività dovrebbe essere inferiore o diversa?
Al massimo se l’importo che chiedete è alto, potete decidere di farvi pagare in due trance, scrivendolo comunque sul contratto così da essere tutelati.
Si lavora meglio quando le pratiche burocratiche sono già state definite.
E se il cliente non accetta, forse non crede nella vostra affidabilità e allora forse è meglio perderlo. In questi anni mettendo le cose in chiaro ho perso solo un cliente.
Le persone sono come i bambini, nelle regole chiare si sentono rassicurati perché percepiscono chiarezza, trasparenza, professionalità e voi non state giocando o facendo beneficenza.

Ho mille impegni tra bambini, casa, lavoro che bla bla bla… avete scelto voi questo lavoro e ai clienti le vostre giustificazioni non interessano. Pensate che interessa ai clienti se ad un avvocato che lavora ha preoccupazioni familiari o ha tanto lavoro?

Ci sono mille fotografi che si improvvisano e mi tolgono i clienti. Allora forse non siete così diversi dagli altri da farvi scegliere ? Qual’è il vostro valore aggiunto, la vostra unicità ?
Lavorate su questo e vedrete che i clienti investiranno su di voi perché  siete in grado di offrire fotografie diverse dagli altri. La competizione c’è in ogni settore, ma non ha mai limitato chi emerge davvero. E poi se fosse così facile probabilmente farebbero tutti questo mestiere 😉
Non ho tempo per aggiornare i miei canali, per essere social , la trovo una perdita di tempo.  Beh se pensate che i clienti vengano a bussare alla vostra porta con la sola telepatia siete dei grandi. Non ci si diverte ad essere social ma oggi, nel 2019 se non lo siete, siete tagliati fuori da una grande fetta di mercato. Alternative quali sono? Passaparola? Negozio su strada ? Non credo di esagerare se dico che il lavoro di marketing rappresenta il 60% dell’impegno di un libero professionista.

Non ho tempo per aggiornarmi, per studiare. Ogni professione necessita di cultura, approfondimento, aggiornamento, questa più di altri.
Non ho soldi per l’attrezzatura da studio.  Per imparare non è indispensabile investire subito in un’attrezzatura costosa sia per una reflex sia per luci da studio. Potete acquistare un usato garantito di una reflex normale, usare la luce naturale e un pannello riflettente da € 20 per fare pratica. I libri sono un ottimo investimento, ma effettivamente costano, esistono però gli ebook più economici o internet che è gratuito.

Chi emerge lo vuole veramente, con tutta la determinazione, certo costa fatica ogni giorno essere propositivi, positivi, creativi, volenterosi, ma in questo settore a mio avviso è l’unica possibilità per differenziarsi e poter vivere di questa professione.
In bocca al lupo. ❤

Sotto una mia fotografia, in occasione di Ballerina Project al parco Sempione.
Volevo rappresentare la passione verso una professione e il pensiero costante verso essa.
danza_visioni oniriche

LUCE NATURALE O ARTIFICIALE ?

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In questi anni ho sempre preferito la luce naturale, in primis perché staffa, statio e accessori vari mi limitano la libertà d’azione nei movimenti e mi distraggono dalle espressioni ed emozioni del soggetto, in secondo luogo perché non riuscivo a manipolare la luce artificiale in modo tale da ottenere un’illuminazione morbida ed avvolgente.
In questo periodo sto usando solo la luce artificiale per i miei ritratti in bianco e nero proprio per arrivare ad avere una maggior padronanza sia della luce naturale che di quella artificiale, finalizzate entrambe ad un effetto morbido e poco contrastato.

Locandina

Nel primo caso il soggetto ha lo sfondo nero, un pannello di polistirolo, che preferisco rispetto al tessuto perché opaco, assorbe la luce e non ha le pieghe, a sinistra abbiamo una finestra e a destra ho posizionato un pannello di polistirolo bianco per dare un tocco di schiaritura al viso in ombra.

Nel secondo caso il soggetto ha sempre il pannello nero di sfondo, il softbox è posizionato a sinistra a 45° alzato un po’ in alto e rivolto a 45° verso il basso.
Entrambe le foto in alto, non hanno ancora nessun intervento di photoshop, nessuna modifica di esposizione proprio per far vedere come si comporta la luce.
Il beauty dish rispetto al softbox ha ombre più marcate, la luce è concentrata sul viso del soggetto ed è meno morbida e non si diffonde sul resto del corpo, per questo motivo per un risultato morbido l’ho escluso.
Attenzione alle ciocche di capelli anche con la luce naturale perché posso creare fastidiose ombre sul viso, come nella foto qui sopra a sinistra.
Per vedere tutti i ritratti che ho realizzato potete trovarli sul mio sito:
https://www.micaelazuliani.com/portrait

oppure su instagram: micaela.zuliani

confronto luce