Gli ex-amici nelle foto quando non c’erano ancora i social

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Oggi con la nascita dei social se si interrompe un rapporto di amicizia o di coppia, non ci si sente più nella vita reale e sui social basta il tastino rimuovi dagli amici per vedere scomparire la persona, ma nel 900 con le fotografie custodite gelosamente quali stratagemmi venivano adottati per non vedere più il viso o il corpo dell’ex- amico o ex compagno?
Ecco sotto un’interessante e bizzarra galleria di foto recuperate in internet che ci mostra varie soluzioni  al riguardo.

L’alba della fotografia 1825- 1849

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La camera oscura risale al momento in cui, per la prima volta, qualcuno osservò un’ immagine proiettata su una parete attraverso un piccolo foro di una porta o tenda. Le proprietà della luce erano conosciute già nel Medioevo, ma ci volle ancora più di un secolo per creare un’immagine permanente.
La camera oscura era nota già ai tempi del filosofo cinese Mozi (470-390 a.C). Egli la chiamava con eleganza “stanza chiusa del tesoro”, forse perché la porta doveva essere chiusa altrimenti l’immagine scompariva. Nello stesso periodo il fenomeno fu descritto anche dal filosofo greco Aristotele.
Nel 1000 d.C. lo scienziato di Bassora conosciuto come Alhazen dimostrò, mediante un esperimento rigoroso, con 500 anni di anticipo rispetto ai tempi, le proprietà fondamentali della luce, come il fatto che viaggia in linea retta. Il suo lavoro costituì la prima analisi approfondita della camera oscura e la base delle teorie della visione e dell’ottica riprese dal tedesco Giovanni Keplero sei secoli dopo.
Nel frattempo il testo Magia Naturalis di Giovanni Battista della Porta (1558) diffuse in Europa la conoscenza della camera oscura. Gli esperimenti nel salotto di Isaac Newton, (1670) perfezionarono le conoscenze sulla luce e soprattutto sul colore. Nello stesso periodo in Europa artisti come Canaletto, Vermeer e Velazquez usavano vari espedienti ottici per le loro composizioni.

Il problema essenziale della fotografia fu come mantenere l’immagine quando si apriva la porta della camera oscura. Chiunque avesse avuto esperienza di camera oscura conosceva la delusione di veder dissolvere l’immagine in una pozza di pallide forme appena si lasciava entrare la luce.

Un passo fondamentale fu capire che la luce era indipendente dal calore. Nel 1602 l’alchimista italiano Vincenzo Cascariolo creò una polvere, il solfuro di bario, che scintillava al buio dopo essere stata esposta alla luce. Nacque da qui l’idea di utilizzare la luce per ottenere un risultato.
L’anatomista tedesco Johann Heinrich Schulze scoprì poi nel 1724 che il nitrato d’argento si scuriva se veniva esposto alla luce. Per quanto provasse, però, non riuscì a rendere permanente la trasformazione. La gara era iniziata.
Fra i primi a usare composti sensibili alla luce come il nitrato d’argento per fermare delle immagini fu la chimica Elizabeth Fulharne. La sua esperienza sui sali di metalli (pubblicata nel 1794) costituì una pietra miliare della chimica fotografica.
Ma i continui fallimenti di scienziati di grande portata dimostrarono che fissare l’immagine di una camera oscura non era così facile. Nel 1833 in Brasile Hércules Florence propose il nitrato d’argento come composto attinico (sensibile alla luce) e chiamò il procedimento “photografia”. Con tutta probabilità fu Florence il primo a usare questo termine.
Il modo migliore di catturare una somiglianza era quello di proiettare un’ombra, usando la luce del sole o di una candela, sullo schermo di uno strumento come il “fisionotraccia” e disegnare la silhouette della persona. Si poteva creare una precisa silhouette proiettando un’ombra su uno schermo luminoso, tracciando il profilo del modello e riempiendolo di colore nero.
Questi “skiagrammi” (dal greco skia, ombra) furono popolari fra il 1780 e il 1850 circa.
Si ispiravano forse al mito della fanciulla corinzia che, secondo lo scrittore latino Plinio, inventò la pittura disegnando l’ombra dell’amato.
Fra i tanti nomi famosi che cercarono di fissare l’immagine di una camera oscura, il ricco dilettante Nicéphore Niépce ebbe la meglio sulle migliori menti scientifiche del tempo. Prima soldato, poi impiegato statale e infine inventore, nel 1801 Niépce si sistemò nella villa di famiglia per portare avanti le sue ricerche.
Per superare la dichiarata incapacità di eseguire incisioni, Niépce cercò un metodo meccanico, così rivestò una lastra lucida di metallo con bitume di Giudea, prodotto a quel tempo usato dagli incisori. L’esposizione alla luce induriva il bitume, lasciando una zona non esposta abbastanza morbida da essere sciolta in olio di lavanda e petrolio. Il bitume corrispondeva alle zone di luce e il metallo a quelle scure: si creava così un positivo diretto.
Niépce chiamò questo procedimento “eliografia”, dal greco elios, sole, perché l’esposizione avveniva alla luce del sole.
L’invenzione non ottenne tuttavia un riconoscimento pubblico a causa degli errori e dell’imprecisione del procedimento stesso.
Le prime cianografie furono naturalistiche, ovvero fotogrammi di oggetti su carta lasciati al sole che Henry Talbot chiamò “disegni fotogenici”. (1839).

In quegli anni ci furono notevoli sviluppi in campo fotografico: la gelatina sensibile (photoresist), il dagherrotipo e il metodo negativo/positivo, tuttavia queste innovative scoperte erano connesse tra loro ma separate su alcune caratteristiche.

Nel 1829 Niépce inizio a collaborare con Daguerre, pittore di paesaggi. Studiarono materiali nuovi e fecero esperimenti con il rame rivestito di argento e reso sensibile da fumi di iodio. Nel 1833 Niépce morì, mentre Daguerre inventò un altro metodo positivo diretto, l’immagine latente, a cui diede nel 1837 il proprio nome.
L’invenzione venne riconosciuta pubblicamente da Francois Arago, direttore dell’Osservatorio di Parigi e figura di spicco negli ambienti scientifici e governativi che decise di ricompensare Daguerre offrendo 6.000 franchi all’anno e 4.000 franchi agli eredi di Niépce.
Tuttavia dopo questo risultato non si sentì più parlare di Daguerre, ma nacquero in tutto il mondo nel giro di pochi anni studi di dagherrotipia.

Talbot, esperto chimico, prese una strada diversa da Daguerre e lavorò con il nitrato d’argento e nell’agosto del 1835 Talbot realizzò la prima immagine negativa: le ombre erano chiare e la luce creava zone scure. Egli capì che avrebbe potuto ristampare il negativo per ottenere un positivo: fu l’inizio del metodo negativo/positivo che avrebbe dominato la fotografia per più di 150anni.
Talbot contestò il primato della scoperta di Arago e Daguerre e per questo ci fu una causa in tribunale che tuttavia perse.

Veduta dalla finestra a le gras di Niépce 1826

L’immagine di Niépce, esposta per circa 8 ore non corrispondeva ad alcuna veduta dalle finestre di casa sua, quindi ne era stata messa in dubbio l’autenticità.


Finestra a Lacock Abbey di Henry Fox Talbot 1835
Primo negativo della storia della fotografia.

Interno, dagherrotipo di Louis Daguerre 1837

Boulevard du Temple, Parigi di Louis Daguerre 1838
E’ la prima immagine conosciuta che mostra persone.

Le sue ampie linee, i contrasti di scala e il ritmo delle forme rivelano la preparazione artistica di Daguerre. E’ probabile che l’immagine fosse stata costruita prima, perché l’uomo che si fa lucidare le scarpe è in una posizione troppo perfetta.

Daguerre inventò non solo la fotografia ma anche la fotocamera. Tutti gli apparecchi fotografici successivi, anche quelli moderni, sono elaborazioni del suo progetto di base.
La primissima fotocamera fu una camera oscura in cui si inseriva carta sensibile alla luce invece della normale carta da disegno usata dagli artisti.
La prima fotocamera realizzata in serie fu la Giroux Daguerreotype.
Alphonse Giroux era un restauratore e costruttore di mobili, cognato di Daguerre. Nel 1839 ottenne una licenza da Louise Daguerre e Isidore Niépce (figlio dell’inventore) per costruire fotocamere per dagherrotipia. La fotocamera di Giroux migliorò molto la versione originale costruita da Daguerre in quanto era provvista di un obiettivo con focale 380mm e apertura fra F/14 e F/15, create appositamente da Charles Chevalier, rinomato progettista di microscopi e telescopi. Lo sportello anteriore dell’obiettivo si apriva per permettere l’esposizione. La fotocamera era composta da due cassette: una posteriore piccola all’interno di una anteriore più grande, che scorrevano una sull’altra per la messa a fuoco. Una vite di ottone permetteva di fissarla in posizione. Le cassette erano solide ma semplici e quindi di facile riproduzione. All’interno l’apparecchio fu rivestito di velluto nero per ridurre i riflessi dannosi per l’immagine. Uno specchio abbassabile a un angolo di 45° mostra l’immagine nel verso giusto. All’esterno era incollato il marchio che garantiva la produzione del progettista.
La fotocamera era molto pesante e così ogni fotografo doveva caricarsi circa 50kg, accessori compresi ad ogni spostamento. La portabilità a quei tempi non era però una priorità.
Giroux e Chevalier fecero una fortuna nella vendita di tutto il kit, fotocamera e accessori compresi; per dare un’idea del guadagno si pensi che nel 2010 un esemplare di fotocamera è stato venduto a 732.000 euro.
Col tempo tuttavia gli aspetti negativi di questa fotocamera iniziarono a farsi vedere, come il meccanismo di messa a fuoco della cassetta che non era agile e si logorava con facilità facendo entrare la luce.

FONTI:
Photography – Il libro completo sulla storia della fotografia di Tom Ang – Gribaudo.
https://www.amazon.it/Photography-completo-storia-fotografia-illustrata/dp/8858014294
Foto, storie di un istante
“FOTO storie di un istante” Serie di documentari (La collection “PHOTO”) realizzata da ARTE France che illustra l’avventura dell’arte fotografica, dalla sua nascita ai giorni nostri. Tra rigore scientifico, inventiva e bellezza visiva, una raccolta documentaria tanto ambiziosa quanto accessibile per scoprire ciò che si nasconde al di fuori dell’inquadratura.Tecniche d’animazione permettono di interrogare le fotografie stesse. “Svegliando„ così immagini fisse, il film mostra le scelte ed i casi che li disciplinano e gli elementi da cui derivano la loro forza. Lo spettatore scopre così il lavoro sull’inquadratura e la luce, i metodi di fotomontaggio e questa parte complessa che si gioca tra la fotografia, l’immaginario ed il reale.
https://www.youtube.com/playlist?list=PLN1bOwrcsoHNazs0XX2Z99p9DYk1EcZZw

I primi ritratti fotografici

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FOTO POST MORTEM, CARTE DE VISITE: I PRIMI RITRATTI FOTOGRAFICI

Un importante passo avanti nella fotografia fu nel 1840 con la progettazione di Petzval, (matematico ungherese) di una nuova lente, un “obiettivo per ritratti “ che ridusse di colpo i tempi di esposizione da più di 20 minuti a uno, con 105-80 mm e con apertura massima di diaframma di F/3.6.

L’effetto miniatura, la figura ritagliata, la silhouette e la fisionotraccia erano tutte alternative a basso costo di un dipinto su tela, che bollava il proprietario come persona che non si poteva permettere di più. La fotografia, che trasmetteva una forte rassomiglianza oscurò quel che rimaneva dei ritagli e delle silhouettes.

Dati gli eccessivi tempi di esposizione dei dagherrotipi, nessuno riusciva a stare in posa più di 10 minuti per volta e le immagini venivano sfocate.

Queste difficoltà fecero sviluppare dei congegni nascosti che mantenevano fermi la testa e il corpo delle persone. Se si voleva la foto di un bambino piccolo, bisognava tenerlo stretto o addirittura anestetizzarlo con l’etere etilico per reprimere i movimenti.

Alcuni fotografi scelsero di lavorare all’aperto cosi da poter usare il più possibile la luce solare, sebbene le convenzioni volevano che i ritratti fossero eseguiti all’interno.
Prima dell’invenzione della dagherrotipia nel 1839, l’unico modo per tramandare la propria immagine era farsi fare un ritratto, ma moltissima gente non poteva permetterselo dati i costi elevati.

Le foto post mortem furono particolarmente in voga in epoca Vittoriana, esse ritraevano adulti e bambini ma più numerose erano quelle dei piccoli in quanto il tasso di mortalità era talmente elevato che ai familiari non rimaneva il tempo di poter avere un ricordo raffigurativo del defunto.
Fu così che si sviluppò la moda delle fotografie dei defunti resi vivi, cioè fatte dopo la morte ma che volevano mostrare il soggetto come se fosse ancora in vita.
I motivi di questa macabra usanza, per ragioni economiche diffusa soprattutto tra le famiglie più agiate erano legate a due fattori: la morte era una presenza costante della vita, la mortalità infantile era molto alta, inoltre tali fotografie conosciute come “Memento mori“, rappresentavano una pratica fotografica sviluppatasi in epoca Vittoriana e caduta in disuso attorno agli anni ’40 del Novecento.
Le prime foto post mortem raffiguravano solamente il viso o il busto, da soli o insieme ai fratelli o addirittura l’intera famiglia, raramente includevano la bara, inclusione che avvenne più recentemente in quanto la pratica dell’immobilizzazione del defunto si era ormai andata attenuando e probabilmente le persone erano spinte da un desiderio più affine alla realtà, cioè quello di rappresentare il defunto nel suo reale stato, e la bara, in cui veniva posto e ritratto, era la conferma di tale stato inevitabile ed immodificabile nemmeno con mille artifizi.
Nel periodo che va dal 1840 al 1860, era comune posizionare il cadavere su un divano, con gli occhi chiusi e la testa appoggiata ad un cuscino, in modo da sembrare addormentato in un sonno profondo.

Negli anni a seguire, si iniziò a rappresentare i cadaveri come se fossero in vita, seduti sulle sedie e con gli occhi aperti.
I bambini, invece, venivano spesso mostrati mentre riposavano su un divano o in una culla, a volte con il giocattolo preferito o con degli animali domestici.
I bimbi molto piccoli venivano spesso fotografati tra le braccia della madre o di entrambi i genitori, l’effetto della vita, a volte, veniva rafforzato attraverso l’apertura degli occhi o dipingendoli sulle palpebre, le guance del cadavere venivano colorate di rosa.
Questo tipo di fotografia è ancora praticata in alcune regioni del mondo, come l’Europa orientale e, tra i fedeli delle chiese europee orientali, è diffusa l’usanza di porre foto di santi nelle loro bare.
C’è da dire che all’epoca vi era un concreto diverso rapporto con la morte rispetto ai nostri giorni, in cui tendiamo addirittura a temerla, a parlarne in modo sommesso, a chiudere le bare in modo che sia visibile solo l’immagine più bella fatta alla persona mentre era ancora in vita.
Probabilmente la breve durata dell’esistenza e l’alto tasso di mortalità per cause che nemmeno si conoscevano avevano spinto la gente di allora a demonizzare tale evento rendendo la persona eterna ma nella sua fase vitale e non in quella in cui il dramma della perdita aveva preso il soppravvento.
Sotto alcune immagini di persone ritratte post mortem, che era spesso impossibile definire lo stato di defunto di coloro che venivano appositamente messi in posa, con degli attrezzi elaborati, oppure perché circondati da familiari nella stessa identica postura.

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Questa immagine è molto particolare perché l’unica ad essere ripresa nitidamente è la defunta, mentre i volti dei genitori risultano sfuocati acquistando un effetto spettrale, questo perché durante il tempo necessario per lo scatto i genitori si sono mossi sfuocando la loro immagine mentre risulta nitida quella della defunta proprio perché perfettamente immobile.
In una fase ancora successiva, l’immaginazione nel creare queste foto non conobbe limiti: potete trovare anche immagini scattate all’aperto, o dall’esterno che mostrano defunti sul catafalco prese dalla finestra; o ancora culle attorniate da angeli piangenti, o nelle situazioni più improbabili nella loro vita quotidiana.

Ritratti senza testa

Col passare del tempo anche le pose più assurde incominciarono a divenire obsolete e prese sempre più piede la moda di decapitare il defunto, la testa veniva sostenuta dallo stesso deceduto oppure appoggiata sul tavolo od un ripiano o sostenuta dai familiari.
Questo atteggiamento trova la motivazione nel desiderio, magari espresso anticipatamente dal defunto, di volersi far rappresentare con un atteggiamento scherzoso, spiritoso,  schernente la morte stessa, ma alcune vennero eseguite addirittura col gusto del macabro.
Non si sa se tale fantasia era il risultato di chi ormai non c’era più o dei familiari oppure se veniva addirittura suggerito dai fotografi i quali, visto il business dilagante facevano a gara per fare le fotografie più assurde ed ineguagliabili.
La decapitazione non avveniva realmente ma era il risultato dell’arte di contraffare le immagini da parte degli stessi fotografi.
Uno di questi trucchi consisteva nel combinare immagini da due o più negativi per creare novità sui ritratti e nuovi trucchi sulle foto.
Le fotografie “senza testa”, dove uomini e donne la cui teste sono infilzate, tagliate, servite su piatti, o semplicemente portate dai loro proprietari, sono solo alcune di quelle curiosamente macabre.
Il successo fu immediato e anche la trattatistica si adeguò: Samuel Kay Balbirnie scrisse un saggio dal titolo “Nuove scoperte nel campo della fotografia.”
Popolari erano anche le foto di gruppo, corredate da asce e coltelli che aggiungevano ulteriore raccapriccio all’insieme.
Man mano, il processo di creazione di questo trucco si fece più raffinato e in alcune fotografie si vede il soggetto dialogare amabilmente con la propria testa disposta su un piatto. Questa tendenza, come tutte le mode, non durò a lungo, anche se non è mai scomparsa del tutto.

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Anche quando fu possibile usare tempi di esposizione molto ridotti con lastre al collodio umido, il sorriso non era previsto. Né avrebbe potuto esserlo. Nessuno sarebbe riuscito a mantenere un sorriso naturale per più di qualche secondo senza storcere la bocca.
Alcuni fotografi inventarono modi di raggruppare più persone e metterle in posa. I gruppi di famiglia erano informali, mentre persone importanti posavano con i loro migliori vestiti appoggiandosi a colonne romane o a poltrone.
Nonostante i limiti, il nuovo mezzo preoccupava i pittori di ritratti. Nacquero obiezioni di critica d’arte. Alcuni si chiesero se una fotografia potesse catturare l’anima come faceva la pittura. Il pubblico comunque amava la chiarezza e la somiglianza perfetta.

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Dorothy Catherine Draper di John Draper

Al fotografo John Draper si attribuisce il primo ritratto femminile.

LA CARTE DE VISITE

Quando nel 1848 André Adolphe Eugène Disderi apre il suo studio in Boulevard des Italiens il ritratto fotografico è già diffusissimo. Disderi mette però a punto un sistema di fotografia multipla con quattro obbiettivi che permette di ottenere otto esposizioni diverse, quattro per ogni metà lastra, ciascuna della misura di 5,4×8,9 cm. Ogni immagine viene montata su un cartoncino che riportava sul retro il nome dello studio: ecco la carte de visite, a un costo che era un quinto di un ritratto fotografico tradizionale.

La novità del formato, divenuto standard in ambito fotografico, facilitò la divulgazione di questi oggetti, che venivano conservati nel portafogli, in borsetta, in tasca. L’immagine dei propri cari poteva essere trasportata ovunque.
Fino agli anni ’70 del XIX secolo la moda che scatenò la carte de visite si diffuse in tutta Europa e nel resto del mondo. Lo sviluppo della rete postale permise gli scambi e la vendita per corrispondenza di questi oggetti. La fotografia divenne per la prima volta oggetto di distribuzione. Faceva parlare di sé: attraverso il ritratto; dei luoghi, con le immagini di paesaggi; di usanze e costumi, attraverso le scene di eventi, anche simulate, come la mise en scene.
Ma ciò che forse più rivoluzionò il mondo della fotografia fu l’abbattimento dei costi, che rese possibile l’accesso a questo genere di prodotti anche alla classe operaia. Questo aspetto fu importante, non soltanto per la possibilità che venne offerta a quella parte di popolazione, che prima ne era esclusa, di essere rappresentata iconograficamente e sollevata dall’anonimato, ma anche perché queste immagini ci offrono, oggi, dei documenti preziosi per avere un quadro complessivo  della  società di per 100 mm (4 in.). La differenza tra la carta stampata e il supporto sul quale veniva incollata, creava una sorta di passepartout dove era possibile inserire l’impronta del timbro, ad inchiostro o a secco, dello studio fotografico, il luogo della ripresa, il titolo dell’immagine o altre indicazioni. Anche il verso del cartoncino veniva utilizzato per indicare queste notizie, a stampa o manoscritte. Di solito sul verso venivano indicate anche le medaglie e i premi vinti. Questi elementi servivano per creare la concorrenza tra uno studio fotografico e l’altro; ma esprimevano anche il desiderio da parte del fotografo di firmare, come artista, la propria opera.
L’utilizzo di obiettivi più veloci e con lunghezze focali più corte rese possibile una maggior flessibilità nella scelta delle pose che fino ad allora privilegiavano la figura a mezzo busto. Si cominciò a ritrarre, con più facilità, i soggetti a figura intera e con posture che simulavano dinamicità, anticipando così, almeno esteticamente, l’istantanea.
La carte de visite non ebbe subito il successo sperato. La sua popolarità ebbe origine probabilmente da un episodio ben preciso: quando Napoleone III fece fermare le truppe in partenza per la campagna d’Italia (II guerra d’Indipendenza italiana) per farsi ritrarre, nello studio di Disdéri, al n. 8 del Boulevard des Italiens. Probabilmente per diffondere la sua immagine a tutto il popolo, ai suoi sottoposti e agli Alleati.
Ebbe così inizio un lungo via vai, nello studio del fotografo parigino, anche di personaggi famosi per farsi ritrarre. Divulgare la propria immagine garantiva la consacrazione del proprio successo, in ambito artistico, finanziario e politico; nacque una nuova forma pubblicitaria fino ad allora sconosciuta.
Questa consuetudine si diffuse anche tra il resto della popolazione. Tutti  coloro che  potevano  permettersi una carte de visite allora, senza esclusione di alcuno stato sociale. Quando le cartes de visite cominciarono a diffondersi a livello popolare, vennero, presso le classi medie, considerate fuori moda e questo portò al loro lento e progressivo tramonto.
L’invenzione di Disdéri ebbe però il merito di creare un livellamento delle classi sociali almeno all’interno della cornice della fotografia. Operai, borghesi, contadini, uomini, donne, nobili, religiosi, emarginati apparivano, nello spazio di una carte de visite, tutti della stessa misura.
All’inizio degli anni ‘70 del secolo conquistano il mercato le cabinet cards, che avevano un formato più grande (11x17cm) soppiantando le carte inventate da Disderi che cede il proprio studio nel 1877. Quando muore in un ospizio parigino nel 1890, sordo, pressoché cieco e in miseria, il formato standard del ritratto di massa ha già un altro nome.

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FONTI:
Photography – Il libro completo sulla storia della fotografia di Tom Ang – Gribaudo.
https://www.amazon.it/Photography-completo-storia-fotografia-illustrata/dp/8858014294
Foto, storie di un istante
“FOTO storie di un istante” Serie di documentari (La collection “PHOTO”) realizzata da ARTE France che illustra l’avventura dell’arte fotografica, dalla sua nascita ai giorni nostri. Tra rigore scientifico, inventiva e bellezza visiva, una raccolta documentaria tanto ambiziosa quanto accessibile per scoprire ciò che si nasconde al di fuori dell’inquadratura.Tecniche d’animazione permettono di interrogare le fotografie stesse. “Svegliando„ così immagini fisse, il film mostra le scelte ed i casi che li disciplinano e gli elementi da cui derivano la loro forza. Lo spettatore scopre così il lavoro sull’inquadratura e la luce, i metodi di fotomontaggio e questa parte complessa che si gioca tra la fotografia, l’immaginario ed il reale.
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