Ritratto Terapia – provato da una psicoterapeutica

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Io e la dottoressa Stefania Colombo, psicoterapeuta ad indirizzo analitico transazionale e bioenergetico,  dello Spaziopsicoterapia a Milano, abbiamo deciso di creare dei progetti insieme in cui la fotografia e la psicologia lavorano per un fine comune: la terapia e il benessere delle persone.
Per poter comprendere meglio come lavoro, ha provato di persona il Ritratto Terapia, sotto una sua recensione.
“Oggi ho incontrato per la prima volta Micaela Zuliani, sebbene sapessi già come lavora da diverso tempo non avevo mai avuto il piacere di fare una chiacchierata con lei. Sono andata a casa sua pensando di rimanerci un paio d’ore e alla fine ci sono rimasta quasi per tutto il pomeriggio. Ci siamo raccontate di noi e dei nostri progetti professionali, di che cosa significa per noi fare terapia. Sembravamo due bambine emozionate nel ritrovare nell’altro gli stessi punti di vista, le stesse idee, la stesse riflessioni sulla terapia, l’arte e il potere della comunicazione. Fino a qua tutto bene, poi ho voluto sperimentare,come sempre faccio, su di me il suo approccio prima di poterlo proporre ai miei pazienti. Così mi sono fatta fotografare.
Per me e il mio narcisismo non è stato semplice, perché sapevo che Micaela non è alla ricerca delle foto belle, ma è alla ricerca delle foto vere.
Wow… li ho potuto avvertire veramente la potenza del suo approccio e di come attraverso il suo occhio intuitivo, attento e sensibile Micaela ti accompagni e faccia luce su quegli angoli più nascosti che sono dentro di te.Ti tira fuori, ti mette a nudo, (anche se stai posando vestita), E poi ti guarda con il suo sorriso bellissimo e ti dice: ”guarda che sei tu, ti piaci?”
Ed è difficile, perché NO a volte non ti piaci, ma sei così e sei vera, E ti riconosci vera.
Ho visto di me cose che conosco e che ancora dopo tanti anni di terapia faccio fatica ad accettare, come la mia difficoltà a lasciarmi andare completamente, ho incontrato la mia sensualità di cui ancora mi vergogno e mi spaventa, e la mia fragilità. Ed ho di nuovo avuto la conferma di come il nostro corpo comunichi più di ogni altra cosa e di come parli di noi stessi, andando oltre i nostri costrutti mentali, oltre quello che noi ci raccontiamo di noi.
Micaela, attraverso l’obbiettivo della sua macchina fotografica ti vede (veramente) e quindi tu ti vedi.
E mi è venuto in mente di come il bambino si riconosce e costruisce la propria identità attraverso il rispecchiamento con la madre e attraverso l’immagine che la madre gli rimanda di lui.
E di come l’essere umano sia come un’opera d’arte bellissima e come un’opera d’arte prende significato quando c’è qualcuno che la guarda.
Micaela mi ha chiesto di scrivere un commento a caldo e questo è quello che mi è venuto, ma io credo che il lavoro fatto oggi mi lavorerà dentro ancora per un po’…”
Stefania Colombo
Maggiori dettagli qui : https://www.micaelazuliani.com/ritrattoterapia

RITRATTO TERAPIA

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La fotografia serve a far vedere quel che non si vede, a far esistere quel che non c’è, a rendere conoscibile l’inconoscibile. Quando l’invisibile si è fatto visibile, in quel preciso istante un pezzo di mondo è morto ed è rinato altrove. E’ lì che dobbiamo puntare il nostro obiettivo fotografico se vogliamo scoprire qualcosa di noi”.

La fotografia terapeutica promuove la presa di coscienza di sé, favorisce il riconoscimento e la comunicazione degli stati emotivi.

collage

Quello che per i fotografi comuni è normalmente il punto di arrivo (ossia la foto finita), per la fotografia terapeutica è invece il punto di partenza: l’obiettivo non sono solo belle foto, l’obiettivo è l’esperienza che si sta vivendo abbandonandosi a se stessi, decidendo di vivere e poi mostrare la propria vulnerabilità, rabbia, tristezza, gioia, emozioni insomma, che troppo spesso soffochiamo per assecondare l’aspettativa degli altri o la nostra inconscia sete di giudizio.

L’obiettivo è scoprire la propria bellezza e soprattutto la propria autenticità attraverso la libertà di essere senza vergogna e autocelebrarsi con amore sano e fiero.

Fin dalle sue origini si è creduto molto al potere terapeutico della fotografia.  

E’ stata spesso utilizzata da medici e psicologi come mezzo di supporto alla terapia tradizionale per affrontare e curare conflitti interiori: il paziente scattava liberamente nell’arco della giornata alcune fotografie, tenendo una sorta di diario fotografico, che poi venivano usate nel processo di analisi.
In alcune malattie come ad esempio i disturbi alimentari dove lo schema corporeo dei malati è disturbato (distorsione dell’immagine corporea, rappresentata da una mancata corrispondenza tra il corpo reale ed il corpo soggettivamente percepito), si è scoperto  che la fotografia rappresenta un mezzo straordinariamente efficace per l’analisi e la cura di questo tipo di patologia.
L’immagine corporea non è un mero fatto di percezione oggettiva, ma ha implicazioni più profonde e soggettive. Inoltre rappresenta la base di partenza delle relazioni sociali: una percezione negativa dell’immagine corporea può avere conseguenze deleterie per il soggetto che la vive, comportando ansia sociale fino all’isolamento completo, preoccupazione ossessiva per il peso e la forma corporea, bassa autostima, patologie psichiatriche quali depressione e DCA.
Le ricerche scientifiche in questo campo, arrivano ad affermare che il contesto in cui viviamo e gli stimoli che riceviamo dall’esterno possono essere in grado di influenzare profondamente i comportamenti e gli ideali estetici di bellezza.
Questo è possibile nella misura in cui l’immagine interna che abbiamo del nostro corpo non corrisponde a ciò che vediamo riflesso allo specchio, ma è invece fortemente influenzato dal modo in cui ci raffiguriamo, dai sentimenti negativi o positivi che proviamo nei confronti del nostro aspetto fisico e dalla discrepanza con il nostro modello di corpo ideale.

★ RITRATTO COME TERAPIA

 La fotografia viene utilizzata in molti campi:

– durante la malattia e la cura contro il cancro è stato dimostrato che le donne che sono state truccate e fotografate con un approccio amorevole e valorizzante del loro corpo, reagivano alla cura con maggior determinazione e autostima;
negli adolescenti con difficoltà a comunicare emozioni e stati d’animo, con dipendenze e fenomeni di autolesionismo, o problematiche legate al bullismo vissuto a scuola, si è visto come la fotografia in genere, il ritratto e l’autoritratto siano ottimi mezzi atti a tirare fuori e sviscerare emozioni trattenute e soffocate per anni;
nella donna che ha difficoltà a lasciarsi andare con se stessa, col proprio corpo, con la propria femminilità, autenticità, se ben supportata da una persona esperta, si riappropria della sua identità, del suo amore perso e ritrovato, della sua accettazione ma anche della sua voglia di ricominciare a giocare con se stessa, abbandonando la severità e il giudizio.

Dal momento in cui ho iniziato a fotografare, 8 anni fa, ho inconsapevolmente fatto fototerapia, sia a me con l’autoritratto, sia verso gli altri:
– ho collaborato con la LILT di Bologna proponendo Portrait de Femme Therapy : ho fotografato le donne malate di cancro in cura, dimostrando che se valorizzate senza photoshop ma con uno sguardo amorevole e sapiente anche loro potevano essere delle belle donne. Un vero tocca sana per la loro autostima fondamentale per il proseguo della cura.
– Ho lavorato con i ragazzi delle medie di Milano, utilizzando la fotografia emozionale e l’autoritratto per raccontare la realtà circostante ed esprimere emozioni.
– Ogni giorno la fotografia che propongo si rivolge alle donne puntando alla valorizzazione della loro autenticità e unicità per avere si una bella foto ma un’esperienza emozionale che resta anche dopo il servizio fotografico. Le donne da me fotografate si amano decisamente di più e questo perché una persona (io) ha creduto in loro e visto la loro bellezza interiore ed esteriore, senza giudizio o aspettativa alcuna.
– Occupandomi di campagne sociali sui disturbi alimentari e sull’autolesionismo, sono entrata in contatto con alcune realtà no profit offrendo il mio supporto ai ragazzi.
– Ho ideato e realizzato  il progetto Donne e Uomini allo specchio, dove la sfida era quella di essere se stessi allo specchio e davanti alla fotocamera. Un progetto innovativo e sorprendente sotto ogni punto di vista.
[progetti realizzati qui ]

Il motivo per cui ho iniziato a fotografare è sicuramente questo: far star bene le persone e ciò è dovuto ad un passato di disturbi alimentari felicemente risolti. Nel 2019 ho deciso di riunire tutte le mie esperienze in questo senso e proporre un tipo di fotografia e soprattutto di ritratto diverso dal solito, un ritratto più intimo ma anche l’esperienza associata a questo.

★ UN INCONTRO CON SE STESSI

Come avviene ?
– indosserai una maglietta e pantaloni della tuta (prediligendo i colori: bianco, nero, grigio o un paio di jeans), senza scarpe
– la sessione inizia muovendoti liberamente con una musica in sottofondo cercando di lasciarti andare allontanando riserve e giudizi
– sedendoti per terra o rimanendo in piedi, ti solleciterò a sfiorare il tuo corpo con le mani per riappropriarti di te stesso, della tua fisicità. Ti chiederò di chiudere gli occhi, di guardarti allo specchio, di guardare me e l’obiettivo.
Un’ora di questo, per alcuni niente, per altri troppo. Quando ami è riduttivo spiegarlo a parole vero ?

Sessioni individuali o di coppia della durata di un’ora presso il mio studio.
Le fotografie saranno consegnate in bianco e nero (come sotto).
Dettagli e costi : RITRATTO TERAPIA

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★   ★

fonti di studio

-F. Alinovi e C. Marra, La fotografia. Illusione o rivelazione?, Il Mulino, Bologna 1981.
– R. Barthes, La camera chiara. Nota sulla fotografia, Einaudi, Torino 1980.
– L. Berman, La fototerapia in psicologia clinica. Metodologia e applicazioni, Erickson, Trento 1997.

– S. Ferrari, Lineamenti di una psicologia dell’arte. A partire da Freud, Clueb, Bologna 1999.
– S. Ferrari, Lo specchio dell’io. Autoritratto e psicologia, Laterza, Roma-Bari 2002.
– A. Marques Pinto, La Fototerapia in Italia: una ri-scoperta
http://www.phototherapy-centre.com/italian.htm

Ritratto come terapia

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La fotografia serve a far vedere quel che non si vede, a far esistere quel che non c’è, a rendere conoscibile l’inconoscibile. Quando l’invisibile si è fatto visibile, in quel preciso istante un pezzo di mondo è morto ed è rinato altrove. E’ lì che dobbiamo puntare il nostro obiettivo fotografico se vogliamo scoprire qualcosa di noi”.

collage
La fotografia terapeutica promuove la presa di coscienza di sé, favorisce il riconoscimento e la comunicazione degli stati emotivi.

Quello che per i fotografi comuni è normalmente il punto di arrivo (ossia la foto finita), per la fotografia terapeutica è invece il punto di partenza: l’obiettivo non sono solo belle foto, l’obiettivo è l’esperienza che si sta vivendo abbandonandosi a se stessi, decidendo di vivere e poi mostrare la propria vulnerabilità, rabbia, tristezza, gioia, emozioni insomma, che troppo spesso soffochiamo per assecondare l’aspettativa degli altri o la nostra inconscia sete di giudizio.

L’obiettivo è scoprire la propria bellezza e soprattutto la propria autenticità attraverso la libertà di essere senza vergogna e autocelebrarsi con amore sano e fiero.

Fin dalle sue origini si è creduto molto al potere terapeutico della fotografia.  

E’ stata spesso utilizzata da medici e psicologi come mezzo di supporto alla terapia tradizionale per affrontare e curare conflitti interiori: il paziente scattava liberamente nell’arco della giornata alcune fotografie, tenendo una sorta di diario fotografico, che poi venivano usate nel processo di analisi.
In alcune malattie come ad esempio i disturbi alimentari dove lo schema corporeo dei malati è disturbato (distorsione dell’immagine corporea, rappresentata da una mancata corrispondenza tra il corpo reale ed il corpo soggettivamente percepito), si è scoperto  che la fotografia rappresenta un mezzo straordinariamente efficace per l’analisi e la cura di questo tipo di patologia.
L’immagine corporea non è un mero fatto di percezione oggettiva, ma ha implicazioni più profonde e soggettive. Inoltre rappresenta la base di partenza delle relazioni sociali: una percezione negativa dell’immagine corporea può avere conseguenze deleterie per il soggetto che la vive, comportando ansia sociale fino all’isolamento completo, preoccupazione ossessiva per il peso e la forma corporea, bassa autostima, patologie psichiatriche quali depressione e DCA.
Le ricerche scientifiche in questo campo, arrivano ad affermare che il contesto in cui viviamo e gli stimoli che riceviamo dall’esterno possono essere in grado di influenzare profondamente i comportamenti e gli ideali estetici di bellezza.
Questo è possibile nella misura in cui l’immagine interna che abbiamo del nostro corpo non corrisponde a ciò che vediamo riflesso allo specchio, ma è invece fortemente influenzato dal modo in cui ci raffiguriamo, dai sentimenti negativi o positivi che proviamo nei confronti del nostro aspetto fisico e dalla discrepanza con il nostro modello di corpo ideale.

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INST_pired Instagram inspired

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INST_pired Instagram inspired è la rubrica delle migliori immagini trovate su Instagram.

[pagina appena creata]

I grandi fotografi_Nir Arieli

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Tension è una splendida serie fotografica di ballerini in movimento. Nir riesce a catturare una serie di azioni che combinate insieme ci danno la sensazione del movimento completo di questi ballerini newyorchesi.
Corpi in tensione che creano movimento pur restando congelati nel tempo. Coreografie immobili di uno spettacolo senza fine. Immagini dal ritmo incalzante pur essendone totalmente prive. (Fonte Collater-al)

Guarda le fotografie di Nir

L’alba della fotografia 1825- 1849

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La camera oscura risale al momento in cui, per la prima volta, qualcuno osservò un’ immagine proiettata su una parete attraverso un piccolo foro di una porta o tenda. Le proprietà della luce erano conosciute già nel Medioevo, ma ci volle ancora più di un secolo per creare un’immagine permanente.
La camera oscura era nota già ai tempi del filosofo cinese Mozi (470-390 a.C). Egli la chiamava con eleganza “stanza chiusa del tesoro”, forse perché la porta doveva essere chiusa altrimenti l’immagine scompariva. Nello stesso periodo il fenomeno fu descritto anche dal filosofo greco Aristotele.
Nel 1000 d.C. lo scienziato di Bassora conosciuto come Alhazen dimostrò, mediante un esperimento rigoroso, con 500 anni di anticipo rispetto ai tempi, le proprietà fondamentali della luce, come il fatto che viaggia in linea retta. Il suo lavoro costituì la prima analisi approfondita della camera oscura e la base delle teorie della visione e dell’ottica riprese dal tedesco Giovanni Keplero sei secoli dopo.
Nel frattempo il testo Magia Naturalis di Giovanni Battista della Porta (1558) diffuse in Europa la conoscenza della camera oscura. Gli esperimenti nel salotto di Isaac Newton, (1670) perfezionarono le conoscenze sulla luce e soprattutto sul colore. Nello stesso periodo in Europa artisti come Canaletto, Vermeer e Velazquez usavano vari espedienti ottici per le loro composizioni.

Il problema essenziale della fotografia fu come mantenere l’immagine quando si apriva la porta della camera oscura. Chiunque avesse avuto esperienza di camera oscura conosceva la delusione di veder dissolvere l’immagine in una pozza di pallide forme appena si lasciava entrare la luce.

Un passo fondamentale fu capire che la luce era indipendente dal calore. Nel 1602 l’alchimista italiano Vincenzo Cascariolo creò una polvere, il solfuro di bario, che scintillava al buio dopo essere stata esposta alla luce. Nacque da qui l’idea di utilizzare la luce per ottenere un risultato.
L’anatomista tedesco Johann Heinrich Schulze scoprì poi nel 1724 che il nitrato d’argento si scuriva se veniva esposto alla luce. Per quanto provasse, però, non riuscì a rendere permanente la trasformazione. La gara era iniziata.
Fra i primi a usare composti sensibili alla luce come il nitrato d’argento per fermare delle immagini fu la chimica Elizabeth Fulharne. La sua esperienza sui sali di metalli (pubblicata nel 1794) costituì una pietra miliare della chimica fotografica.
Ma i continui fallimenti di scienziati di grande portata dimostrarono che fissare l’immagine di una camera oscura non era così facile. Nel 1833 in Brasile Hércules Florence propose il nitrato d’argento come composto attinico (sensibile alla luce) e chiamò il procedimento “photografia”. Con tutta probabilità fu Florence il primo a usare questo termine.
Il modo migliore di catturare una somiglianza era quello di proiettare un’ombra, usando la luce del sole o di una candela, sullo schermo di uno strumento come il “fisionotraccia” e disegnare la silhouette della persona. Si poteva creare una precisa silhouette proiettando un’ombra su uno schermo luminoso, tracciando il profilo del modello e riempiendolo di colore nero.
Questi “skiagrammi” (dal greco skia, ombra) furono popolari fra il 1780 e il 1850 circa.
Si ispiravano forse al mito della fanciulla corinzia che, secondo lo scrittore latino Plinio, inventò la pittura disegnando l’ombra dell’amato.
Fra i tanti nomi famosi che cercarono di fissare l’immagine di una camera oscura, il ricco dilettante Nicéphore Niépce ebbe la meglio sulle migliori menti scientifiche del tempo. Prima soldato, poi impiegato statale e infine inventore, nel 1801 Niépce si sistemò nella villa di famiglia per portare avanti le sue ricerche.
Per superare la dichiarata incapacità di eseguire incisioni, Niépce cercò un metodo meccanico, così rivestò una lastra lucida di metallo con bitume di Giudea, prodotto a quel tempo usato dagli incisori. L’esposizione alla luce induriva il bitume, lasciando una zona non esposta abbastanza morbida da essere sciolta in olio di lavanda e petrolio. Il bitume corrispondeva alle zone di luce e il metallo a quelle scure: si creava così un positivo diretto.
Niépce chiamò questo procedimento “eliografia”, dal greco elios, sole, perché l’esposizione avveniva alla luce del sole.
L’invenzione non ottenne tuttavia un riconoscimento pubblico a causa degli errori e dell’imprecisione del procedimento stesso.
Le prime cianografie furono naturalistiche, ovvero fotogrammi di oggetti su carta lasciati al sole che Henry Talbot chiamò “disegni fotogenici”. (1839).

In quegli anni ci furono notevoli sviluppi in campo fotografico: la gelatina sensibile (photoresist), il dagherrotipo e il metodo negativo/positivo, tuttavia queste innovative scoperte erano connesse tra loro ma separate su alcune caratteristiche.

Nel 1829 Niépce inizio a collaborare con Daguerre, pittore di paesaggi. Studiarono materiali nuovi e fecero esperimenti con il rame rivestito di argento e reso sensibile da fumi di iodio. Nel 1833 Niépce morì, mentre Daguerre inventò un altro metodo positivo diretto, l’immagine latente, a cui diede nel 1837 il proprio nome.
L’invenzione venne riconosciuta pubblicamente da Francois Arago, direttore dell’Osservatorio di Parigi e figura di spicco negli ambienti scientifici e governativi che decise di ricompensare Daguerre offrendo 6.000 franchi all’anno e 4.000 franchi agli eredi di Niépce.
Tuttavia dopo questo risultato non si sentì più parlare di Daguerre, ma nacquero in tutto il mondo nel giro di pochi anni studi di dagherrotipia.

Talbot, esperto chimico, prese una strada diversa da Daguerre e lavorò con il nitrato d’argento e nell’agosto del 1835 Talbot realizzò la prima immagine negativa: le ombre erano chiare e la luce creava zone scure. Egli capì che avrebbe potuto ristampare il negativo per ottenere un positivo: fu l’inizio del metodo negativo/positivo che avrebbe dominato la fotografia per più di 150anni.
Talbot contestò il primato della scoperta di Arago e Daguerre e per questo ci fu una causa in tribunale che tuttavia perse.

Veduta dalla finestra a le gras di Niépce 1826

L’immagine di Niépce, esposta per circa 8 ore non corrispondeva ad alcuna veduta dalle finestre di casa sua, quindi ne era stata messa in dubbio l’autenticità.


Finestra a Lacock Abbey di Henry Fox Talbot 1835
Primo negativo della storia della fotografia.

Interno, dagherrotipo di Louis Daguerre 1837

Boulevard du Temple, Parigi di Louis Daguerre 1838
E’ la prima immagine conosciuta che mostra persone.

Le sue ampie linee, i contrasti di scala e il ritmo delle forme rivelano la preparazione artistica di Daguerre. E’ probabile che l’immagine fosse stata costruita prima, perché l’uomo che si fa lucidare le scarpe è in una posizione troppo perfetta.

Daguerre inventò non solo la fotografia ma anche la fotocamera. Tutti gli apparecchi fotografici successivi, anche quelli moderni, sono elaborazioni del suo progetto di base.
La primissima fotocamera fu una camera oscura in cui si inseriva carta sensibile alla luce invece della normale carta da disegno usata dagli artisti.
La prima fotocamera realizzata in serie fu la Giroux Daguerreotype.
Alphonse Giroux era un restauratore e costruttore di mobili, cognato di Daguerre. Nel 1839 ottenne una licenza da Louise Daguerre e Isidore Niépce (figlio dell’inventore) per costruire fotocamere per dagherrotipia. La fotocamera di Giroux migliorò molto la versione originale costruita da Daguerre in quanto era provvista di un obiettivo con focale 380mm e apertura fra F/14 e F/15, create appositamente da Charles Chevalier, rinomato progettista di microscopi e telescopi. Lo sportello anteriore dell’obiettivo si apriva per permettere l’esposizione. La fotocamera era composta da due cassette: una posteriore piccola all’interno di una anteriore più grande, che scorrevano una sull’altra per la messa a fuoco. Una vite di ottone permetteva di fissarla in posizione. Le cassette erano solide ma semplici e quindi di facile riproduzione. All’interno l’apparecchio fu rivestito di velluto nero per ridurre i riflessi dannosi per l’immagine. Uno specchio abbassabile a un angolo di 45° mostra l’immagine nel verso giusto. All’esterno era incollato il marchio che garantiva la produzione del progettista.
La fotocamera era molto pesante e così ogni fotografo doveva caricarsi circa 50kg, accessori compresi ad ogni spostamento. La portabilità a quei tempi non era però una priorità.
Giroux e Chevalier fecero una fortuna nella vendita di tutto il kit, fotocamera e accessori compresi; per dare un’idea del guadagno si pensi che nel 2010 un esemplare di fotocamera è stato venduto a 732.000 euro.
Col tempo tuttavia gli aspetti negativi di questa fotocamera iniziarono a farsi vedere, come il meccanismo di messa a fuoco della cassetta che non era agile e si logorava con facilità facendo entrare la luce.

FONTI:
Photography – Il libro completo sulla storia della fotografia di Tom Ang – Gribaudo.
https://www.amazon.it/Photography-completo-storia-fotografia-illustrata/dp/8858014294
Foto, storie di un istante
“FOTO storie di un istante” Serie di documentari (La collection “PHOTO”) realizzata da ARTE France che illustra l’avventura dell’arte fotografica, dalla sua nascita ai giorni nostri. Tra rigore scientifico, inventiva e bellezza visiva, una raccolta documentaria tanto ambiziosa quanto accessibile per scoprire ciò che si nasconde al di fuori dell’inquadratura.Tecniche d’animazione permettono di interrogare le fotografie stesse. “Svegliando„ così immagini fisse, il film mostra le scelte ed i casi che li disciplinano e gli elementi da cui derivano la loro forza. Lo spettatore scopre così il lavoro sull’inquadratura e la luce, i metodi di fotomontaggio e questa parte complessa che si gioca tra la fotografia, l’immaginario ed il reale.
https://www.youtube.com/playlist?list=PLN1bOwrcsoHNazs0XX2Z99p9DYk1EcZZw

Esposimetro analogico

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Esposimetro analogico Lunasix 3 (Gossen)
Come ho scritto nel precedente articolo, la mia fotocamera ha l’esposimetro che non funziona, per cui non potevo ogni volta portarmi la fotocamera digitale per fare le prove per le impostazioni, cosi ho deciso di acquistare un esposimetro esterno e a detta di molti quello più affidabile sembra essere il Lunasix 3 della Gossen.

Lo si trova usato al costo di € 60 – € 120 online o nei negozi che vendono apparecchiatura fotografica.

Io l’ho pagato € 60 su ebay in perfette condizioni.
Quando lo acquistate attenzione ad un elemento importante che incide sulla misurazione: le batterie da inserire.
Dato che le batterie che si usavano una volta non ci sono più per via del mercurio (tossico), consigliano di inserire le batterie PX 625 oppure 675 – PR44 es della Ansmann; ottime ed economiche quelle per apparecchi per l’udito.

Le PX625 sono piu grandi, se optate per le 675 che sono più piccole dovete inserire un pezzetto di cartoncino all’interno del vano batterie.

   

Per verificare che le batterie siano quelle giuste trovate sul retro il pulsante con la scritta sopra Batt. Contr, se spostate la ghiera verso destra noterete che la lancetta dell’esposimetro si posiziona all’interno del rettangolino rosso, se avviene questo la misurazione è corretta e le pile sono giuste.

Per scrupolo ho provato entrambe, tuttavia le batterie più grosse PX625 mi hanno dato una misurazione più precisa.

Iniziamo quindi a misurare l’esposizione: ci sono due misurazioni, quella riflettente e quella incidente, io parlerò solo di quella INCIDENTE (la pallina bianca rimane al centro) che per ora mi è sembrata più affidabile anche confrontandola con la fotocamera digitale.

Istruzioni per usare l’esposimetro analogico:

nella ghiera centrale a destra c’è la scritta ASA (sensibilità della pellicola) lì impostiamo il numero di asa del rullino preso, in questo caso metterò su 400 (ilford ph5plus).
Prendo il mio esposimetro esterno e punto dal soggetto verso l’obiettivo. Si misura così quanta luce arriva sul soggetto, cioè la sua vera illuminazione, e non quanta ne riflette.
Per approfondire la differenza tra luce incidente e riflettente vi riporto al sito di Nadir .
In alto ho dei numeri e a destra ho due pallini uno tutto nero (poca luce) e uno bianco (tanta luce).
Se siamo in una condizione di buona luce premiamo verso l’alto il pulsante grigio posizionato a lato dell’esposimetro e vedremo che la lancetta si sposta, aspettiamo 15” e poi lasciamo il dito cosi da vedere dove si ferma la lancetta. [In caso di scarsa luce invece premiamo verso il basso il pulsante grigio posizionato a lato dell’esposimetro.]

Una volta che la nostra lancetta si è fermata all’interno della riga gialla, guardiamo il numero corrispondente, nel mio caso 15.
Ora sempre nella ghiera rotonda centrale, in basso ci sono dei numeri e un cerchietto verde, uno rosso e un triangolo giallo, ecco mettiamo lo stesso numero sul triangolo giallo, in questo caso 15.

Riportando il medesimo numero sia in alto che nel triangolo giallo, si creano le coppie tra tempo e diaframma, sceglietene una in base alle vostre esigenze.

Ad esempio tra la coppia di tempo e diaframma 2000 e F/1,4 oppure 500 e F/2,8 oppure 125 e F/5,6 oppure ’15 e F/16 sceglierò il diaframma a seconda di ciò che voglio ottenere e di conseguenza il tempo, quindi imposto la mia fotocamera con questi parametri.
Su 30 test con l’esposimetro analogico , 27 misurazioni erano corrette confrontandole con la fotocamera digitale, sicuramente una volta diventata esperta le misurazioni saranno tutte corrette.

CAMERA OSCURA: SVILUPPO DELLA PELLICOLA

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Per sviluppare una pellicola è necessario stare in un ambiente completamente buio, oppure procurarsi una camera oscura portatile, la Changing Bag, una sacca nera a tenuta luce, provvista di due aperture attraverso le quali le mani possono entrare e permettere il caricamento della pellicola nella tank di sviluppo, senza che le infiltrazioni di luce possano danneggiare il rullino.

Contrariamente a quanto si immagina se si è alle prime armi e ci si sta approcciando al mondo dell’analogico, l’investimento di spazio e di denaro per una camera oscura non è poi cosi impossibile: per iniziare infatti si possono valutare idee di tutto rispetto senza rimetterci lo stipendio e andando avanti nel tempo vedere se questa passione ci prende cosi tanto da apportare migliorie e creare una camera oscura professionale, più grande e meno mobile.
Per iniziare quindi ho deciso soluzioni mobili, non invasive per la mia casa che non tolgono nulla alla qualità dello sviluppo stesso.
Lo sviluppo della pellicola ho deciso di farlo a casa, nel mio open space (sala-cucina) cosi da utilizzare il tavolo e il rubinetto, mentre la stampa dei negativi, sebbene potrei farlo nello stesso spazio e poi togliere tutto, ho preferito scegliere un luogo adibito solo a quello e creare un angolo fisso, specifico in solaio.
Prima di prendere questa decisione mi sono informata molto bene sia in internet che da amici stampatori se era pericoloso farlo in solaio per via dell’ eventuale tossicità degli acidi e della mancanza di una finestra in solaio, ma mi hanno rassicurato del fatto che possono bastare delle semplici aperture verso il corridoio e l’uso di una mascherina al momento della stampa.
Bacinelle, acidi, contenitori, ingranditore avranno cosi uno spazio definito e fisso sul tavolo in solaio.

La stampa della pellicola comunque verrà approfondita nei prossimi capitoli.


Materiale per lo sviluppo della pellicola
Estrattore o il più economico cavatappi
Tank consigliata la Paterson e spirale (io ho preferito il modello 115 con 2 spirali)
camera oscura portatile o luogo al buio
2 pinze
acidi quali sviluppo, fissaggio, arresto
termometro ad alcol
bottiglie casalinghe o contenitori specifici per contenere gli acidi da riusare

Confrontando due preventivi fatti con gli acidi della Ilford, uno fatto su Amazon e uno su TuttoFoto.com ho preferito il secondo perché ha prezzi inferiori, ma risulta conveniente per un ordine abbondante in quanto le spese di consegna sono di € 8,20 (con Amazon un cliente Prime non paga la consegna).
Comprensivo di acidi la spesa con TuttoFoto è di € 115

Nomi, marche degli acidi : ho una pellicola HP5plus quindi ho scelto:
sviluppo/rivelatore : Ilfosol 3 – 500 ml Ilford x un maggior contrasto oppure ID-11 x un minor contrasto. Per iniziare sceglierò il primo.
fissaggio: Rapid Fixer 1000 ml Ilford
arresto: Ilfostop Bath 500 ml Iford
Nella scatola in cartoncino del vostro rullino, aprendola in basso troverete riportata la tabella predefinita dei tempi, ogni pellicola ha la sua di riferimento, oppure trovate in internet vari siti utili al riguardo.

CON LA LUCE
Prendete il cavatappi (o l’estrattore) ed estraete la pellicola, come fosse il tappo della vostra bottiglia.
Se usate fotocamere automatiche da adesso il processo di imbobinamento della pellicola lo dovrete fare al buio in quanto non vedrete la linguetta spuntare all’esterno.
Se invece la vostra macchina è manuale il taglio della linguetta e il taglio per arrotondare gli angoli del rullino potete farlo alla luce perché il primo pezzetto di pellicola è già bruciato: tagliate ora l’ultimo pezzetto esterno che sembra una linguetta. Nel dubbio fate comunque questo procedimento al buio.
Prima di essere al buio assicuratevi di avere tutto l’occorrente vicino o all’interno della vostra camera oscura portatile.

AL BUIO
Se avete deciso di usare la camera oscura portatile, Changing Bag , inserite le braccia all’interno con la tank e i vari pezzi che la costituiscono (asta, coperchio, spirali fuori dalla tank), rullino, forbici.
Prendete le forbici e arrotondate gli angoli del vostro negativo così da facilitare l’inserimento dello stesso nella spirale, per poi essere inserita nella tank. Sentite con i polpastrelli che il rullino abbia gli angoli arrotolati, ora inserite la pellicola nella spirale e con una mano tenete ferma la spirale, con l’altra la muovete facendola procedere in avanti così fino a quando sentite che tutta la pellicola è stata ben avvolta ed inserita nella spirale.
Ora inserite l’asse nera della tank nella tank stessa, inserite la spirale e il coperchio. Da questo momento il vostro rullino è protetto dalla luce essendo all’interno della tank.
Fate uscire mani e tutto l’occorrente dalla Changing Bag o accendete la luce se era spenta.
Ora preparate le sostanze chimiche scegliendo se fare lo sviluppo “one shot” (monodose), oppure preparare una quantità maggiore e riutilizzarla in seguito per altri sviluppi.

Nel bugiardino trovate le specifiche per la composizione.
Se preparate una quantità maggiore un litro può essere sufficiente per 10/12 rullini, tenendo però conto che più viene utilizzato lo sviluppo e più i tempi si allungano, quindi è bene segnarsi quanti sviluppi si sono fatti e comportarsi di conseguenza.
Per sapere il tempo e la diluizione di acqua con la sostanza chimica da usare, leggete il bugiardino, ogni pellicola ha la sua scheda di riferimento.
Da ora proseguo con i dati indicativi per la pellicola Ilford.
La temperatura consigliata sia per lo sviluppo che per la stampa di una pellicola B&N è di 20° quindi col termometro ad alcol verifico che la mia soluzione abbia quella temperatura.

COMPOSIZIONI

Per sviluppare un rullino ci vogliono 300 ml di soluzione, è scritto sotto la tank Paterson quindi considerando le proporzioni del bugiardino della Ilford ho queste proporzioni:
[Nel caso di sviluppo di 2 rullini raddoppiate le quantità considerando 600ml.]

Per un rullino:
sviluppo 1+9 : 1 Ilfosol + 9 acqua = quindi 30 ml di sviluppo Ilfosol + 270 ml di acqua
per 6 minuti e mezzo – temperatura 20°
qui trovate la tabella delle diluizioni in base al pellicola e rivelatore scelto: https://www.digitaltruth.com/devchart.php?Film=%25Ilford+HP5%25&Developer=%25ID-11%25&mdc=Search&TempUnits=C&TimeUnits=D
Ho letto anche 1+14 ma lo sconsigliano in tanti.
arresto 1+19 per 10 “ oppure acido citrico
fissaggio 1+4: 1 Rapid Fixer + 4 acqua = quindi 60 ml di fissaggio Rapid Fixer + 240 ml di acqua
per 2-5 minuti – temperatura 20°

NB: lo sviluppo di una pellicola dipenda da più fattori, tempi, diluizioni, temperatura, agitazioni. Ogni marchio suggerisce un metodo di agitazione, con rispettivi fermi, consultate bene le tabelle e provate. Non c’è poi un standard fisso ma dipende anche dal contrasto che volete apportare. E’ consigliabile stare su un contrasto non spinto in fase di sviluppo ed eventualmente migliorarlo in fase di stampa.

SVILUPPO
Lo sviluppo è la sostanza che viene a contatto col negativo e serve per trasformare gli alogenuri d’argento presenti sulla pellicola in argento metallico.
Quando la luce colpisce l’emulsione si dice che quest’ultima è stata impressionata dalla luce con una conseguente concentrazione di argento metallico che fa si che si annerisca quella zona sulla pellicola, creando così l’immagine.
Si chiama anche rivelatore, in quanto rende la nostra immagine visibile.
Versate ora il vostro sviluppo (acqua + Ilfosol nelle proporzioni indicate sul bugiardino) direttamente nella tank, chiudete il coperchio e fate partire il timer .
Iniziate ora le agitazioni-ribaltamenti, capovolgendo con delicatezza e continuità la tank e ogni tanto date due colpetti secchi sul tavolo così da far salire le bolle che potrebbero essersi attaccate alla pellicola. State fermi un po’ e poi riprendete., nel mio caso il tutto per 6’ e 30”.
Terminato il tempo versate il liquido dello sviluppo in un altro contenitore (che servirà per conservarlo per altri sviluppi) e versate nella tank velocemente l’arresto, che andrà a bloccare la reazione dello sviluppo.

ARRESTO = acido citrico
L’arresto come accennato serve ad interrompere in modo rapido la reazione di sviluppo che viene effettuata sul rullino.
Al posto dell’arresto che costa di più, si può usare l’acido citrico puro che si trova nei negozi per la casa (€ 7 circa per 750 gr.) diluito 15 gr. Per 1 litro d’acqua. Vedete il bugiardino.
Versate poi l’acido citrico diluito o l’arresto nella tank, chiudete il coperchio e ricominciate le agitazioni. Può bastare un minuto.
Versate ora l’arresto nel contenitore per la conservazione di altri sviluppi e passate al fissaggio.

FISSAGGIO
Il fissaggio è quella sostanza che stabilisce la pellicola, ovvero fa si che non sia più sensibile alla luce. Versate il fissaggio diluito con acqua nella tank, effettuate le vostre agitazioni per il tempo stabilito e i colpi di rottura di bolle, eliminate il liquido o versatelo nel contenitore per successivi sviluppi.

LAVAGGIO con acqua
Lavate la pellicola con acqua corrente per 20’ circa e lasciatela poi in ammollo.
Alcuni consigliano l’acqua distillata ma ho letto che per il bianco e nero non è necessaria anche perché quando viene a contatto con un’emulsione può rovinare la struttura salina, facendo gonfiare la pellicola. Va bene al massimo diluita. Scegliete voi cosa sia meglio.

UMETTANTE opzionale
L’umettante (o sapone molto puro/shampo) crea una protezione sulla pellicola per evitare che le goccioline d’acqua o lo sporco in genere sia attacchino.
Fate le agitazioni per 40” con delicatezza in quanto l’umettante crea schiuma.
Levate la pellicola dalla spirale, attaccate alle estremità della pellicola due pinze, una leggera in alto e una più pesante in basso affinchè venga tirata leggermente e non si incurvi.
Appendete il tutto in un posto privo di polvere, una volta asciugata tagliate la vostra pellicola in strisce da 6 e archiviate possibilmente in un raccoglitore per negativi.

 

 

Sito utile :
Tabella ilford: http://www.labitalia.it/wp-content/uploads/2016/01/lford-bassa.pdf

Donna a donna

blog, Iniziative

E’ l’ennesima sfida e stavolta metaforicamente è una doppia staffetta : donna a donna, il “testimone” è l’immagine della donna.
L’idea è nata nella mia testa dopo il caso Zalando: tre foto di due modelle curvy in mutande e reggiseno, postate il 12 gennaio sulla pagina Facebook italiana della società di e-commerce Zalando, hanno innescato una lunga serie di commenti crudeli e offensive, per lo più da parte di utenti donne. Gli scatti fanno parte della campagna inclusiva di intimo di Calvin Klein, che mira a promuovere il fascino delle donne con una taglia superiore alla 46. Leggi l’articolo qui 

Cosi ho pensato : ma le donne sono in grado di vedere e apprezzare la bellezza di una donna ? forse non siamo più abituate a vedere l’unicità dell’altra, forse siamo troppo influenzate dai media, dall’idea di perfezione inculcata dalla società ogni santo giorno, o forse non siamo mai state capaci di avere questa sensibile capacità di osservazione ?
Come facciamo a pretendere dagli altri e dagli uomini di apprezzarci per la nostra autenticità se siamo per prime noi a criticarci continuamente?
Mi sono quindi soffermata sulla capacità o incapacità della donna di vedere la bellezza nell’altra e da qui nasce la sfida, l’esperimento.
Una due giorni in cui le donne si ritrovano insieme ad essere soggetti da osservare e soggetti che fotografano. Attenzione non serve essere fotografe ma aver voglia di guardare l’altra e valorizzarla in uno scatto. Lo scatto può essere fatto col cellulare, con una compatta, con la reflex.  Non siamo ad un concorso di fotografia ma ad un incontro in cui tutte noi donne ci concentriamo più sul bello dell’altra e non sulla sua criticità, sui suoi difetti. Sappiamo ancora farlo  ? siamo mai state in grado di farlo ?
Quanto conta per noi la perfezione ? Quanto siamo in grado di valorizzare il nostro simile ? E’ SOLO UN ATTO D’AMORE E DI INTERESSE, niente altro.
Ci si incontra quindi e a turno si è modella e fotografa in modo reciproco senza finalità fotografica ma solo per un fine comune quello di far vedere al mondo che noi donne non siamo cosi cattive come a volte appare, ma abbiamo voglia di cambiare la cultura e la mentalità anche in un progetto apparentemente inutile e piccolo come questo.
Avete voglia di partecipare ?
Io come fotografa vi assisterò, ma ripeto l’importanza non è fare una bella foto, ma osservare l’elemento bello che tutte noi abbiamo.
Donna a donna : una staffetta in cui ogni donna è indispensabile nel gioco per un fine comune, costruire una sensibilità nuova di accettazione e soprattutto di osservazione del bello.
Non è facile, ma possiamo riuscirci solo se insieme!
Possono partecipare tutte le donne di età tra i 5 e i 90 anni.
Leggi qui come partecipare: https://www.micaelazuliani.com/donnaadonnahttps://www.micaelazuliani.com/donnaadonna

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Pino Coduti – Fotografare con le candele

blog, I grandi fotografi, Parlando di fotografia

Il progetto “de La Tour”, del pugliese Pino Coduti, è stato premiato alla 15th China International Photographic Art Exhibition, con la Medaglia d’Oro nella categoria Arte.
Coduti trae ispirazione dalle opere di Georges de La Tour, pittore caravaggista (1593 -1652) che si dedica allo studio della luce e delle ombre prodotte dalle candele.
Altra importante fonte di ispirazione è il film capolavoro e premio Oscar “Barry Lyndon” di Stanley Kubrick, straordinaria pietra miliare nella ricostruzione delle atmosfere create dalla luce delle sole candele.