SFUMATURE nuovo progetto

blog, Iniziative

Sappiamo perfettamente che ognuno di noi ha una parte femminile e una maschile, ma quanto i cliché e i giudizi stereotipati influenzano il nostro modo di considerare l’altro ?
Siamo liberi di essere entrambi in questa società senza essere etichettati ?
Ho voluto far parlare SOLO IL LINGUAGGIO CORPOREO dei soggetti, senza farmi aiutare da abiti, make-up femminili o maschili specifici, perchè già visto e rivisto in altri progetti del genere.
Sfumature, perché in fondo siamo questo e quello.
Ringrazio Riccardo, Valeria, Tosca e Daniela per il trucco di Valeria.

Vai alla pagina del progetto : https://www.micaelazuliani.com/sfumature

Inconscio e fotografia

blog, Parlando di fotografia

Sostenitrice della fotografia come mezzo per conoscerci e conoscere le persone intorno a noi, unendo cosi psicologia e osservazione, scopro e condivido con piacere l’articolo sotto, trovato in internet , fonte https://www.rimlight.it

Perché fotografiamo? Quali meccanismi psicologici scatena la fotografia sia in chi la crea, sia in chi la osserva? Nel libro “Oltre l’immagine”, 15 artisti sono intervistati non da critici o curatori, ma da psicoterapeute, e le loro immagini commentate alla luce delle teorie psicoanalitiche per conoscere in quali meandri della loro mente hanno origine. Rimlight ne ha parlato con le autrici del volume, Sara Guerrini e Gabriella Gilli.

“Tu non fai una fotografia solo con la macchina fotografica. Tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai sentito e le persone che hai amato”, affermava il celeberrimo fotografo Ansel Adams. Le fotografie che scattiamo, insomma, parlano di noi, delle nostre emozioni, delle nostre esperienze, trasmettono talvolta inconsciamente messaggi profondi sulla nostra esistenza e sui nostri valori. Anche un “selfie”, o più in generale un autoritratto, non è da considerarsi un semplice modo di soddisfare necessità esibizionistiche, ma nasconde percorsi profondi di conoscenza e di ascolto dei propri bisogni comunicativi.

È dal desiderio di approfondire questi argomenti che nasce il libro “Oltre l’immagine: inconscio e fotografia“, di Sara Guerrini e Gabriella Gilli, edito da Postcart. L’indagine è realizzata attraverso una serie di interviste, effettuate da psicoterapeute, ad alcuni artisti su temi cruciali delle vicissitudini umane: i legami d’amore, la morte, il corpo, l’identità e i luoghi sono infatti i vertici di osservazione, scelti dalle autrici, per parlare delle fotografie.

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Nel loro libro si parla soprattutto di fotografia introspettiva e intimista. Abbiamo notato anche noi di Rimlight, intervistando diversi fotografi per la nostra rivista, un crescente interesse per questo genere sia da parte degli artisti, sia dei lettori. “Sì, è certamente innegabile una tendenza crescente a volgere il nostro sguardo all’interno, in quel luogo immaginario tra la nostra pancia e i nostri pensieri”, ci conferma Sara Guerrini, docente presso lo IED di Milano e con esperienza di photo editor per testate quali Geo, Newsweek e D di Repubblica. “La fotografia esce da un’era dominata dal reportage, dalla moda e dalla pubblicità. Ora le immagini sono dominio di tutti e non solo del mondo della comunicazione che detta le sue regole. I nostri album di famiglia sono Instagram, Facebook, Snapchat e sono condivisi senza troppe sovrastrutture dalla maggior parte di noi. L’osservazione del mondo esterno – sia esso un paesaggio, una guerra, una nuova tendenza – che era richiesto nel mondo della fotografia professionale è stato contaminato da una moltitudine di linguaggi, molto più spontanei e autodidatta, che partendo dal singolo individuo hanno probabilmente trovato una naturale tendenza nel racconto del proprio mondo, degli elementi più vicini a noi e quindi quella della sfera privata e intima. Tutto questo avviene in un momento storico dove il mettersi in gioco ed esporre gli aspetti più fragili della propria personalità è sicuramente all’ordine del giorno.”

Quali criteri avete adottato per selezionare gli artisti presentati nel volume, quali caratteristiche vi hanno colpito?
Siamo partite confrontandoci su alcuni autori amati (o anche odiati) che avremmo potuto tenere in considerazione per un percorso-intervista di questo tipo. Il primo autore confermato è stato Arno Rafael Minkkinen, artista con cui Francesca Belgiojoso – l’autrice della categoria “autoritratto” – aveva già lavorato diversi anni. Siamo partite con un fotografo per categoria e mentre le psicoterapeute lavoravano alle loro interviste e susseguentemente ai testi, io ho proseguito la mia ricerca circoscrivendo lo sguardo e il pensiero alle nostre categorie: Identità e Corpo, Autoritratto, Relazioni, Morte e Luoghi. L’ambizione era di essere il più eterogenei possible, mantenendo coerenza tra i gruppi in modo da far interagire i lavori per opposizione o vicinanza di intenti. Abbiamo scelto dalle nuove leve ai veterani. Le “quote rosa” erano una prerogativa, ma in fotografia non manca certo l’offerta di autrici eccezionali e quindi non è stato difficile scegliere. Una delle cose che mi ha colpito di più durante la fase iniziale del libro è stato scoprire che la nostra intuizione rispetto al potenziale di ricchezza e di sensibilità degli intervistati si è solo confermata se non addirittura in alcuni casi, ribaltata in piacevoli scoperte.

Qual è il tema più ricorrente che avete individuato tra i progetti degli artisti intervistati? 
Il racconto dell’intimità. In forma di documentazione o messo in scena, e come ci tengo a ribadire, spesso involontario ma semplicemente necessario in uno specifico momento del percorso artistico degli autori.
La narrazione di percorsi personali dei singoli individui attraverso i social media o il tanto citato “storytelling”, per quello che riguarda le aziende e la comunicazione più in generale, riflettono un bisogno diffuso di individualizzazione del linguaggio, una forma di comunicazione che parla al singolo in modo più diretto. Molti dei nostri autori raccontano dell’enorme riscontro di pubblico suscitato dai loro lavori e la cosa certo non stupisce, visto il processo di identificazione che riescono a instaurare, spesso proprio in un fruitore che cerca la rilettura delle proprie fragilità attraverso la rappresentazione di quelle degli altri.

Molti artisti amano fotografare se stessi. In alcuni casi l’autoritratto è considerato solo espressione di narcisismo ed esibizionismo, ma cosa significa in realtà per l’artista?
L’autoritratto è narcisismo quando è semplicemente utilizzato per guardarsi, apprezzarsi e mettere in luce alcuni aspetti fisici. E’ esibizionismo quando è condiviso, quando racconta le nostre vite, quello che facciamo e dove siamo.
Per un’artista l’autoritratto è uno strumento per osservare se stesso in modo diverso, per entrare in contatto con emozioni differenti, è un’esperienza. Lo sguardo da un punto di vista esterno e in un certo senso oggettivo, aiuta a prendere coscienza di se stessi. Questo vale per tutti, ma per l’artista è un percorso di approfondimento molto più intenso, perchè cosciente dell’atto.

Alcuni artisti contravvengono alle classiche regole di composizione, o sembrano non preoccuparsi di illuminare correttamente i propri soggetti. Alcuni non si dichiarano neanche fotografi, ma usano la fotografia come strumento per i propri fini espressivi. Nella fotografia introspettiva, la narrazione sembra essere più importante dell’estetica dell’immagine. Perché?
Direi che in generale le regole di composizione e di illuminazione appartengono ormai alla “Prima Repubblica” della fotografia. Oggi possiamo forse più parlare di stili e forme, dove l’errore ha la meglio e lo snapshot è dominante. Anche la comunicazione visiva dei media cerca di rincorrere queste forme di rappresentazione per essere più vicina al linguaggio della fotografia parlato dai singoli individui con i loro smartphone.
Tra i nostri 15 autori ritroviamo però un’ampia palette di “tecniche”: lo sfuocato nebuloso di Antoine D’Agata, le messe in scena di Elinor Carucci, il bianco e nero iperestetizzante di Arno Rafael Minkinnen, la fotografia che interagisce con la pittura nelle tavole di Liu Bolin, le immagini ritrovate di Moira Ricci, il lento grande formato di Guido Guidi, ecc. I risultati sono spesso molto ricercati e con pochissimo spazio all’improvvisazione. Ad ogni modo la cosiddetta fotografia introspettiva persegue certamente una ricerca di libertà anche nei suoi modi di espressione, del resto: sto raccontando me stesso, chi può decidere come devo raccontare la mia storia?

Un tema affascinante di cui si parla nel libro è quello della morte, affrontato dagli artisti da diversi punti di vista e con diversi scopi espressivi. Ne abbiamo discusso con Gabriella Gilli, professore associato di Psicologia e direttore dell’Unità di Ricerca di Psicologia dell’Arte presso l’Università Cattolica di Milano.

Da cosa nasce il bisogno di affrontare questo argomento mediante la fotografia?
La morte è un tema molto poco affrontato a livello culturale e societario. Esiste, nei confronti della morte, una sorta di rimozione, di allontanamento dalla mente e dalla condivisione con gli altri. In altri termini l’individuo non ha una sufficiente rete sociale e culturale che lo aiuti a tollerare sia il pensiero della morte sia l’evento-morte stesso. Ma tutti ne siamo a contatto: perché muoiono le persone da noi amate, o anche solo conosciute, perché abbiamo, seppur nascosto, il pensiero della nostra stessa morte. Tra l’altro, la morte è frequentemente relegata negli ospedali, lontano dagli occhi dei parenti e amici. La morte non si vede, non si deve vedere se non forse anestetizzata e serializzata nei report di guerre e nella cronaca nera dei giornali e telegiornali. Ma il peso del pensare alla morte ricade su ciascuno di noi che si trova per lo più solo a sopportarne lo sconvolgimento, la paura, lo sconforto. Credo che la fotografia d’arte intercetti questa esigenza di rompere il tabù della morte. Ne mette in luce sia la potenza che ammutolisce sia quanto di vitale esiste comunque nel poterne vedere/parlare/sentir: la parte vitale è allora la nostalgia dolente e tenace del lavoro di Moira Ricci, o l’onestà nel dichiarare l’attrazione non tanto per la guerra quanto per le persone in guerra in Van Agtmael, o la lenta consapevolezza, per Philip Toledano, che la vita sia in realtà una costante elaborazione di piccole separazioni che alla nostra mente appaiono come morti. Infine, è la dimensione artistica delle fotografie che abbiamo considerato che è capace di restituire alla morte quella grandiosità e quella terribilità che ne sono l’essenza, togliendole la banalità, lo squallore, la morbosità che la accompagnano in altri contesti.

La fotografia consente di superare barriere psicologiche e sociali. La nudità, ad esempio, considerata indecente se mostrata in pubblico nella vita quotidiana, diventa espressione artistica, se opportunamente rappresentata, in fotografia. Cosa rappresenta il nudo per l’artista e per il soggetto ritratto?
Credo rappresenti la ricerca di una dimensione interiore, o più autentica, non coperta dalle consuetudini e dagli “abiti/abitudini” convenzionalmente vestiti. In alcuni può anche significare una provocazione contro modalità sociali ritenute perbeniste e più o meno ipocrite.

Perché una fotografia può piacere più di un’altra? Quali sono cioè le fonti di piacere che si celano dietro a una fotografia, sia per l’artista sia per l’osservatore?
Il tema del giudizio estetico o di gradevolezza (quanto piace un’opera) è molto complesso e non riducibile a pochi elementi. Comunque, uno dei fattori che contribuiscono a rendere apprezzabile una fotografia è l’interesse che artista o osservatore hanno per il contenuto che viene rappresentato: tendiamo ad apprezzare e a mostrare più attenzione a ciò che riteniamo importante e di valore per noi. E ciò che è importante per noi è ciò che entra in “risonanza” con i nostri desideri o i nostri timori. Cioè con ciò che ci interroga circa i nostri interessi profondi. È evidente che qui entrano in gioco la cultura e la sensibilità individuale (nel senso anche di capacità di empatia):più sono elevate, più l’individuo sarà in grado di “reagire” all’immagine elaborando temi emozioni pensieri che ne arricchiranno la fruizione e renderanno preziosa e gradita la fotografia.
Altro fattore è il riconoscimento della “maestrìa” con cui è realizzata la fotografia. Ovviamente gli esperti sono più attenti a questa dimensione tecnica. Esiste infatti una differenza nel giudizio estetico tra esperti e non-esperti: i primi valutano e apprezzano sia il contenuto sia la composizione dell’immagine e la sua riuscita tecnica, mentre i secondi valutano e apprezzano maggiormente gli aspetti di contenuto (se piace o meno il soggetto rappresentato) che pertengono alla propria soggettività, cioè gradiranno le immagini che raffigurano soggetti a loro graditi; pertanto il giudizio estetico dei non esperti è più soggettivo e più circoscritto rispetto a quello degli esperti.

Molti artisti dichiarano che la fotografia, in particolare quella intimistica, è per loro terapeutica. In che termini può generare benessere?
L’attività fotografica, o artistica in generale, non è psicoterapeutica in sé. L’azione terapeutica prevede una relazione effettiva con un altro esperto, uno psicoterapeuta o uno psicoanalista. Tuttavia, può essere benefica e apportare benessere poiché consente di avviare e di sostenere un processo di elaborazione dei temi che altrimenti insistono e “resistono” magari come sintomi, o dolori non comunicabili. Nella produzione artistica si attua una sorta di sdoppiamento dell’Io: mentre l’artista crea un lavoro sperimenta in qualche modo un proprio ‘doppio’ creativo, come se si “vedesse” mentre crea e dà forma a contenuti propri. La possibilità di esprimersi è benefica in sé, ma quando lo è entro una dimensione artistica lo è a maggior ragione. Inoltre, qualsiasi opera d’arte è un atto di comunicazione: prevede, anche quando l’artista non ne sia consapevole, un osservatore, uno spettatore, un altro (che come detto sopra può essere anche il proprio “doppio”) che accolga l’opera e ne rielabori il messaggio. In questo senso è almeno potenzialmente un “dialogo” che crea relazioni di senso e benessere.
Freud aveva spiegato la potenza dell’arte come “coscienza dell’illusività”: l’artista e il fruitore sono consapevoli del fatto che l’arte non sia la realtà, che rappresentare la morte, o il dolore, o il male, o anche la felicità in una fotografia non coincida con la realtà di quel contenuto, ma che proprio tale finzione consenta loro di vivere appieno ed emotivamente in modo intenso quel contenuto. È la stessa dinamica che fa sì che io possa commuovermi “davvero” alle scene commoventi al cinema o accettare con piacere di vedere scene di omicidi o parricidi nel teatro per es di Shakespeare; così nelle fotografie degli autori che abbiamo scelto possiamo avvicinarci a temi dolorosi o sconcertanti che altrimenti non potremmo trattare. E qualsiasi elaborazione mentale è un passo verso un maggior benessere: riuscire a pensare e a provare emozioni genera benessere di per sé.

Può la fotografia, in alcuni casi, diventare essa stessa ossessione anziché terapia, e addirittura generare dipendenza, creando disagio in sua assenza?
Non attribuirei la “colpa” alla fotografia di generare dipendenza o ossessività. Al massimo può diventare, come peraltro qualsiasi altra attività, sintomo di un disagio, correndo il rischio di venir assoggettata a riti ripetitivi e disfunzionali, ma non ne è certo la causa.

 

Retroscena del Ritratto [rubrica]

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Ci sono tanti modi di elaborare informazioni e concetti: didattico, visivo, pratico.
Serioso, tradizionale, scherzoso.
Sono una fotografa autodidatta, ho iniziato a scattare qualche foto dal 2011, prima non fotografavo né in vacanza né a mia figlia. Il motivo? Non lo so, forse semplicemente ero addormentata e un giorno, destino vuole mi sono svegliata.

Credo che “l’efficacia nella comunicazione” ce l’avessi già dentro, latente, infatti quando in questi anni è capitato di sentirmi posseduta da un’entità strana e ho scritto racconti e poesie d’istinto, di getto, senza necessità di correzione, chi mi conosceva mi chiedeva “ma l’hai scritto tu?” guardandomi come un alieno, io che avevo problemi a parlare a volte. Credo dipendesse dalla mia insicurezza e timidezza, dal mio non sentirmi all’altezza di nulla, ma il bisogno latente di esprimermi c’era e ancora non lo sapevo.
Ho sempre fatto fatica a scuola, la classica ragazza che si impegna tanto e si sente dire “dai ti dò il 6 per l’impegno”.
Cazzo come il 6 !!!! ho dato il sangue sui libri 😀
Probabilmente siete come me che eravate in classe con compagni che non studiavano e gli bastava aprire il libro 15 minuti prima della lezione e già sapevano tutto. I cosiddetti aspirapolveri del sapere. Li abbiamo odiati tutti vero?
Ad ogni modo questo per dire che non sono una che apprende con facilità, ma sono la classica goccia che cade, che continua fino a quando non ha capito. E cerco di spiegare e condividere quello che faticosamente ho imparato con leggerezza, ironia, a tratti anticonformismo. Ma questo perchè vedo tanta serietà in giro, tanta pesantezza, conformismo nell’insegnare la fotografia che penso non solo sia noioso ma a tratti pure inefficace e rischioso nel far passare la voglia di approfondire questa bellissima arte.
Il divertimento, la piacevolezza, la leggerezza e perchè no l’ironia, dovrebbero aiutare nel far si che si intenda la fotografia in primis come gioco, passione, passatempo. Ci sarà tempo per farla diventare seria, lavorativa non trovate?
Ecco che ho creato una rubrica “Retroscena del Ritratto”, di concetti importanti ma scritti in modo leggero e pratico, per tutti, anche per chi come me ci mette un po’ a capire le cose. Spero vi piaccia.
Se avete domande da farmi sarò felice di rispondervi e magari la vostra domanda può essere pubblicata e condivisa con altri che leggono questo blog.
Scrivetemi pure a info.micaelazuliani@gmail.com
E se vi piace il mio approccio educativo, vi ricordo che organizzo corsi individuali e di gruppo, di fotografia base, ritratto, boudoir, nudo.
A presto!

Micaela

Alcuni articoli della rubrica Retroscena del Ritratto, clicca sull’immagine per leggerli.

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Fotografare “a cappella”

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Se mi state seguendo e avete avuto occasione di leggere i miei precedenti articoli, ormai capirete che il mio modo di intendere la fotografia è molto visivo, quotidiano e lo associo ad arti diverse. In questo caso l’altro giorno non so per quale motivo mi è venuto in mente il canto a cappella che mi ha fatto pensare alla fotografia.
Mi rifaccio ad un testo preso da  Supereva.it per spiegare innanzitutto il significato di questo modo di cantare.
“Sapete perché si dice “a cappella” quando si parla di alcune esibizioni canore? Innanzitutto ricordiamo che tutte le performance che non contemplano alcuna presenza di strumenti musicali si definiscono a cappella.  Il canto a cappella risale all’epoca della preistoria, quando gli uomini si raccoglievano intorno al fuoco ed elevavano al cielo, rivolgendosi agli dei, canti propiziatori e di ringraziamento. Questa sorta di preghiera veniva enunciata solo con la voce, senza alcun accompagnamento proveniente dall’esterno.La locuzione canto a cappella discende dal periodo del Rinascimento, dalla pratica della musica gregoriana e dalla modalità di esecuzione della schola cantorum. Il gruppo di cantori, formato da monaci e chierici, usava solo la voce, senza intervento né dell’organo né di altri strumenti, e si esibiva in una cappella laterale della chiesa.
Con il progredire dei tempi, il canto a cappella non è rimasto confinato nell’ambito sacro, ma si è allargato anche in altre aree musicali. Questo tipo di esibizione, che dà molto spazio all’espressione delle emozioni, si è rivisto infatti nel canto popolare, nella musica jazz, nel pop, nello swing, nel gospel, negli spiritual, nel folk tradizionale, nel doo-wop americano degli anni Cinquanta, e ci sono ancora oggi numerosi cantanti nel mondo che portano avanti questa tradizione. ”

Se pertanto unisco questa immagine, di utilizzare la sola voce per dare spazio alle sole emozioni, la metafora con la fotografia a mio avviso ci sta tutta: fotografare senza cavalletto, luci artificiali, pose, abiti, artifici vari e concentrarsi solo sulle emozioni.
Già nel progetto Donne allo specchio e Uomini allo specchio, progetti molto interessanti che ho avuto il piacere di poter realizzare, ho messo in pratica questo approccio, ma in questo periodo mi sono spinta oltre, ovvero mettendo il soggetto seduto, con uno sfondo nero e fotografarlo senza dare la minima indicazione del cosa fare, semplicemente concentrandomi sulle sue emozioni ed espressioni.
E’ una sfida in primis vissuta dal soggetto che non sa cosa fare e dopo qualche minuto di imbarazzo, decidere di cogliere e vivere in modo spontaneo e autentico, e una sfida per me perché spesso non conosco le persone prima, non so che reazioni potrebbero avere o che carattere, temperamento hanno, o come potrebbero prendere questa mia decisione di non dirigerle.
Ma è proprio fotografare a cappella, in modo cioè spontaneo, IMPROVVISATO, libero, che si evolve da solo il ritratto e spesso, anzi sempre, vengono fuori degli scatti molto intensi e veritieri.
Vi sprono quindi a provarci, a lasciar fare all’improvvisazione e cogliere l’attimo e le emozioni che si presentano a voi.


Masturbazione-sessualità-fotografia. C’è un nesso ? si, ma non è quello che pensate.

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Mi rendo conto che i titoli dei miei articoli sono spesso irriverenti, provocatori, ma alla base c’è sempre a mio avviso una metafora interessante su cui fermarsi e riflettere per un momento.
Ciò che contraddistingue gli articoli che scrivo e il mio modo di insegnare la fotografia è che sono poco didattici in senso tradizionale, ma estremamente pratici e a tratti visivi.
Torniamo al titolo… masturbazione, sessualità, fotografia, c’è un nesso ?
Immagino che ora penserete agli squallidi ed imbarazzanti episodi di quei fotografi che cercano modelle, o presunte tali, con lo scopo di rimorchiare e fare sesso. Ecco toglietevi questa immagine.
Nei precedenti articoli ho scritto di quanto sia importante conoscersi, di come il ritratto sia per me associato alla seduzione. Se vi siete persi gli articoli li potete trovare nella rubrica Retroscena del ritratto.

Mi riferisco in questo caso al fatto che per avere una buona, sana e soddisfacente sessualità col partner sia indispensabile conoscersi, conoscere il proprio corpo e ciò che ci procura piacere. Non a caso ginecologi e dottoresse suggeriscono alle persone che hanno problemi a lasciarsi andare sessualmente di prendere uno specchio e guardarsi le parti intime e perlustrare le stesse, cercando di scoprire quali sono i punti e i modi, che sfiorandosi, possono darci piacere.
Se non ci conosciamo e non sappiamo cosa ci piace, come possiamo pretendere che altri ci diano piacere? In qualche maniera soprattutto all’inizio è utile dirigere e far capire all’altro cosa ci piace e cosa ci infastidisce ….
La stessa cosa avviene in una relazione sentimentale, ovvero se noi non ci conosciamo non possiamo sapere che compagno o compagna desideriamo al nostro fianco, che caratteristiche prediligiamo e scegliamo rispetto ad altre.
Ecco a questo mi riferisco parlando di fotografia e soprattutto di ritratto!
E’ un concetto che ripeto spesso, ma che ritengo sia il primo e più importante se si vuole usare la fotografia per comunicare ed esprimere chi siamo e come vediamo il mondo.
Se non sappiamo che genere ci piace, se non sappiamo che temperamento abbiamo, se non abbiamo idea di cosa vogliamo dire o semplicemente cosa ci piace, le nostre fotografie saranno sempre vuote, è inevitabile.
Ed è per questo motivo che, soprattutto all’inizio, è importante scattare per il gusto di farlo, senza ansia da prestazione, senza aspettativa di like, di giudizio, ma farlo per il semplice benessere di conoscere e conoscerci, come poi avviene nella masturbazione, in cui si è da soli, liberi di sperimentare e senza la preoccupazione dell’altro.
Spesso invece chi inizia a fotografare pone la questione già in una maniera seria, quasi lavorativa ma senza esserlo in realtà: contatta le modelle che non sa né gestire né dirigere, non sa che stile realizzare, non ha la minima idea di come valorizzare il corpo con pose mirate e non ha un progetto in mente, quindi piazza queste donne in piedi per strada, in un’ex fabbrica o in studio col rotolone di carta come sfondo e il lavoro è concluso. Le fotografie secondo voi come potranno essere se non vuote ?
Ricordiamoci che prima di essere fotografi dobbiamo essere comunicatori o quanto meno avere un’idea in testa di ciò che vogliamo trasmettere.
Buona masturbazione fisica e mentale a tutti. 😀

RETROSCENA DEL RITRATTO: come trovare il proprio stile

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Nessun genere fotografico a mio avviso, come il ritratto fotografico, offre la possibilità di lavorare su se stessi, dando l’opportunità di mettersi alla prova con se stessi e con gli altri, per comprendere e raccontare le emozioni che viviamo.

Abbiamo visto nel primo articolo cosa vuol dire ritratto fotografico e per cosa si differenzia dagli altri generi fotografici.
Ora cerchiamo di addentrarci in questo mondo meraviglioso pieno di stimoli anche guardandolo come un’occasione non solo di crescita fotografica, ma anche umana, partendo da noi stessi.
Ricordiamoci sempre che fotografare significa scegliere di esprimere le proprie idee, il proprio punto di vista sulla vita e sul mondo circostante; è prendere una posizione sulla realtà ma prima di tutto dobbiamo sapere chi siamo o cosa vogliamo essere, che stile ci rappresenta, che cosa vogliamo raccontare dei soggetti e di ciò che in generale attira la nostra attenzione.
Un buon fotografo soprattutto se sceglie di fare ritratti, a mio avviso è prima di tutto una persona che ha lavorato su se stesso, non ha avuto paura di dare ascolto alle proprie zone d’ombra, anche perché se vuoi raccontare e rappresentare le emozioni le devi prima di tutto conoscere e averle vissute.
In questo articolo approfondiremo l’importanza di avere un proprio stile, come farlo a trovare e ad esprimerlo in modo unico, differenziandosi così dagli altri fotografi.

ALLA RICERCA DEL PROPRIO STILE
In ogni attività artistica dove si esprime un’emozione o una storia, l’elemento che non puo’ mancare per differenziarci dagli altri è lo stile: ognuno di noi ne ha uno che fa si che le nostre fotografie, canzoni, scritti, dipinti, si riconoscano tra tante. I più fortunati riescono a manifestarlo naturalmente, senza grossi sforzi e sono i più talentuosi o grandi comunicatori; altri devono ricercarlo in se stessi prima di esternarlo.
Vediamo pertanto degli esercizi che possono aiutare a scoprire il proprio stile.
Sfogliate le riviste di moda e in modo istintivo, senza un’attenta riflessione, ritagliate e conservate le pagine delle fotografie che vi colpiscono all’istante; una volta raccolte 20-30 immagini riguardatele con calma e soffermatevi per capire il motivo del vostro interesse, se notate una certa affinità con le foto che solitamente scattate (esempio un contrasto spinto o al contrario colori tenui) o se le foto raccolte sono l’opposto delle vostre.
Guardate in internet immagini dei grandi fotografi e cercate di capire quali sono quelle che sentite più vicine in termini di scelta del contrasto, del contenuto, della provocazione e così via.
Ora guardate il vostro archivio fotografico e cercate di fare un confronto tra le vostre e quelle che avete raccolto: notate un’affinità o sono tutte diverse tra loro?
Solitamente ciò che si sceglie e che cattura la nostra attenzione rappresenta lo stile che sentiamo nostro o al quale vorremmo arrivare; è da qui che dobbiamo iniziare a lavorare.
Un altro accorgimento per avvicinarsi al proprio stile è quello di soffermarsi sul proprio carattere: siamo persone che tendono a provocare nell’altro una reazione? O abbiamo un temperamento mite che raramente prende posizioni nette? Senza generalizzare ma solitamente chi ha una predisposizione a provocare una reazione lo fa in modo deciso, netto e anche le fotografie riflettono un contrasto deciso di bianco e nero, colori saturi, illuminazione dura con ombre ben marcate, tagli e inquadrature accattivanti e poco diplomatiche.
Al contrario chi è più mite sarà portato naturalmente a colori più tenui, ad un’ illuminazione più morbida e un bianco e nero meno marcato.
Provate a creare delle foto diverse tra loro, cosi da analizzare lo stile che sentite più vostro.

  1. NB. Il fatto che abbiate una predisposizione stilistica non significa che dobbiate rimanere ancorati su quello stile, sperimentate spesso e cercate di realizzare delle fotografie anche diverse da come vi verrebbero naturalmente. Questo è un ottimo sistema per migliorarvi e conoscere nuovi modi di interpretare la realtà e trasmettere emozioni.
    Come abbiamo detto più volte, avere una cultura visiva, musicale, letteraria è di fondamentale importanza, in quanto l’ispirazione che dà vita alle idee nasce da una ben nutrita immaginazione. Bisogna quindi alimentarla con la cultura e lo studio di ogni forma d’arte e di espressione.

Sperimentate con diverse fotocamere, (si possono anche noleggiare) e scoprite se vi piace di più realizzare fotografie con le fotocamere analogiche, digitali o giocattolo (lomografia) ecc. Siete più fisici? Forse avete una predisposizione a toccare fisicamente le vostre foto, svilupparle in camera oscura, “pasticciarle” per creare effetti diversi? O al contrario vi piace di più creare col computer e la vostra camera oscura è photoshop?

Fotografate in bianco e nero o a colori ? Quale vi piace di più? E perché?
Cercate di trarre ispirazione da film, letture, video musicali, mostre fotografiche, internet e documentari.

Richard Avedon ha tratto ispirazione dai primissimi piani, dal taglio radicale delle inquadrature e dagli sfondi bianchi del film del 1928 “La passione di Giovanna d’Arco”, Henri Cartier-Bresson ha assistito il regista Jean Renoir ed è cosi che ha imparato l’arte della composizione. Per le fotografie in bianco e nero sono ottimi i film noir, dove l’illuminazione è contrastata, realizzati tra gli anni ’40 e ’50 che narrano storie tenebrose, piene di eventi drammatici e polizieschi.
La pittura è un’altra ottima fonte d’ispirazione: guardate i pittori che hanno analizzato il colore e la luce, fra questi sicuramente un occhio di riguardo va a Caravaggio e a Vermeer.

Osservate le pubblicità sui giornali, analizzate la scelta dei colori, l’inquadratura e il tipo di messaggio che si vuole comunicare.

La stessa cosa per i lavori di grafica.

Ricordatevi che più si osserva e più si immagazzinano informazioni preziose per il vostro archivio visivo e culturale.

Siate voi stessi in ciò che fate, esprimete la vostra personalità con coraggio, sincerità, libertà di essere, e siate curiosi, questo è lo stile!

 

Patricio Suarez

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Un giorno per caso stavo facendo una ricerca in internet per trovare un fotografo che rappresentasse la donna in uno stile simile a quello di Sieff (che amo) sia per sensibilità, delicatezza, sia per l’uso della luce, delle ombre, del bianco e nero e scopro lui: Patricio Suarez e me ne innamoro all’istante.
Di lui curiosamente c’è poco in internet, ma forse oggi ho capito il motivo…
Le sue fotografie sembrano non solo intime, ma solitarie, silenziose, delicate…nel suo unico sito aggiornato trovo queste sue parole e colgo un collegamento tra l’interiorità delle parole e le fotografie realizzate.

“Photography is my therapy. Is what I do when I don’t know what to do.I am a good observer and a good story teller. I like my work to tell a story. No captions. Simple. Basic. It’s all about the human connection. ”
Il suo sito: https://www.6x6square.com/

“La fotografia è la mia terapia. È quello che faccio quando non so cosa fare. Sono un buon osservatore e un buon narratore. Mi piace il mio lavoro per raccontare una storia. Nessuna didascalia. Semplice. Di base. Riguarda la connessione umana.” (traduzione Google)

Sotto una galleria delle foto da lui realizzate e a cui mi ispiro nel raccontare l’universo
femminile.

Lui:
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Le donne :

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MANIPOLARE LA LUCE NEL RITRATTO 

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Nei corsi di Ritratto insegno a manipolare la luce
(naturale- artificiale- softbox, beauty dish, pannelli)
laboratorio 100% pratico – Milano

https://www.micaelazuliani.com/corsi

LE POSE BOUDOIR (nuovo libro)

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Raccontare il soggetto, comunicare l’emozione che prova in quel momento e al contempo saperlo valorizzare è l’ambizioso compito del fotografo ritrattista.
Il fotografo Boudoir non solo crea un ritratto, ma durante il servizio fotografico deve curare ogni dettaglio, dal set al guardaroba cercando di creare quell’armonia e quell’eleganza che differenziano questo genere fotografico dalla fotografia erotica più audace. Ecco che avere in mente delle pose suggerite a seconda della corporatura, può essere utile per potersi concentrare maggiormente sul soggetto, soprattutto all’inizio quando non si ha acquisito ancora quella dimestichezza nel nascondere eventuali inestetismi.
Un libro illustrato dedicato alle pose nella fotografia Boudoir, con un’ampia galleria di immagini (ben 350) che spiegano al meglio come valorizzare ogni tipologia di donna, facendola apparire naturale, sexy e sicura di sé, anche tenendo conto delle differenti corporature.
https://www.micaelazuliani.com/libridifotografia

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Per richiedere una copia in pdf scrivere una mail a info.micaelazuliani@gmail.com
La copia cartacea sarà negli store a fine marzo.

FOTOGRAFARE LE DONNE: nuovo corso

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fotografareledonnes
FOTOGRAFARE LE DONNE corso in 3 lezioni
Il corso offre le basi per fotografare ogni tipologia di donna senza esperienza di posa, stimola a guardare l’unicità di ogni soggetto e a raccontarne la bellezza e il carattere.

1° lezione il Ritratto:

Il corso mira ad imparare e/o migliorare la capacità di interazione col soggetto, stimolando ed allenando la sensibilità del fotografo; creare una relazione autentica, catturare emozioni, abbattere resistenze proprie lasciandosi andare all’altro al fine di creare una connessione indispensabile per ottenere un Ritratto che racconta ed emoziona. Capacità di vedere ma soprattutto di sentire l’altro, raccontarlo e valorizzarlo sono gli obiettivi di questa lezione. Confronto tra luce naturale e luce artificiale, usando anche i modificatori della luce (softbox, beauty dish, pannelli) .

2° lezione Boudoir – Ritratto sensuale:
significato della fotografia boudoir, set fotografico, guardaroba, accessori
conoscenza delle pose boudoir più utilizzate (letto, divano, poltrona, sedia, in piedi, allo specchio, finestra)
errori da evitare e consigli utili per valorizzare la donna a seconda della corporatura
le mani : come creare eleganza e sensualità
accenno post produzione estetica

3° lezione Nudo Artistico statico ispirato alla scultura e alla pittura

osservazione e studio del corpo femminile
esercitazione con scatti finali ispirati alla scultura greca, Canova
esercitazione con scatti finali ispirati alla pittura del 600 ( Fiamminga, Vermeer, Caravaggio)

Per ogni lezione seguirà la valutazione e analisi delle foto scattate al corso al fine di evitare di ripetere gli stessi errori.
Maggiori informazioni : https://www.micaelazuliani.com/corsi