Le prime stampe

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Amo il bianco e nero, la macchina da scrivere, i dischi, gli anni 70, capite quindi che non potevo che preferire la fotografia analogica rispetto a quella digitale!
In questi anni che mi sono appassionata di fotografia ho continuamente rimandato a studiare e provare a fotografare per mancanza di tempo, ma finalmente negli ultimi mesi mi sono decisa è ho iniziato a scattare in analogico.

La prima fotocamera che ho usato è stata la Minolta X-300 presa in una bancarella, pagata € 50, tuttavia ho notato subito che la messa a fuoco mi creava dei problemi, accentuata dalla presenza degli occhiali, cosi ho cercato una fotocamera diversa, una Nikon FM2, pagata € 200.
Con la Nikon è stato amore a prima vista, mirino ampio, messa a fuoco fluida, ghiere e tasti comodi, intuitivi, oltre alla leggerezza della macchina che non ti appesantisce negli spostamenti.
L’ho comprata con una lente 50mm F1.4 che tuttavia non aveva l’esposimetro interno funzionante, per cui i primi scatti li ho fatti provando prima con una digitale e poi con l’analogica. E’ stato un esercizio che mi ha permesso di sperimentare e capire concretamente le impostazioni da scegliere.

La prima cosa che ho fatto è stata quella di decidere che rullino acquistare, leggendo e chiedendo in giro a chi ne sapeva più di me ho scoperto che Kodak 400 tx, Kodak 400 t-max e Ilford HP5 plus erano considerati i migliori con asa 400.

Ma ho provato anche rullini con asa 125, 200, cercando cosi di fare le dovute comparazioni.

Scatto senza esposimetro: come dicevo sopra, non avendo l’esposimetro interno funzionante ho usato la digitale come supporto alla analogica, ho scelto la stessa lente 50mm per le fotocamere, ho inserito il rullino con asa 400 nella analogica e impostato gli iso 400 sulla digitale, infine impostato tempo e diaframma uguali in entrambe le fotocamere.

Ho scattato prima con la digitale per avere la conferma che le impostazioni fossero corrette e poi con l’analogica. Per ogni fotografia scattata mi sono annotata sul quaderno il numero del file digitale, le impostazioni, il tipo di luce, l’ora così da confrontare tutto successivamente sia in fase di post produzione che di stampa del negativo.

Su ogni rullino ho poi scritto data e tema del servizio fotografico cosi da facilitare l’archiviazione e i successivi confronti.
Per avere un’idea approfondita delle varie fasi del lavoro, ho deciso di non affidarmi ad un centro stampa economico ma di scegliere un laboratorio di qualità per lo sviluppo e la stampa:  DE STEFANIS  da cui si rivolgono ancora grandi fotografi come Gianni Berengo Gardin.

Sotto potete vedere i negativi, i provini, le stampe e i file digitali . Come prime foto analogiche sono estremamente soddisfatta.
Per quanto riguarda i rullini ho confrontato Kodak 400 tx e Ilford HP5 plus e devo dire si equivalgono abbastanza, in alcune foto preferisco il primo, in altre il secondo. Ancora una preferenza netta e chiara non ce l’ho, ma dovendo provare poi lo sviluppo del negativo ho deciso di iniziare con Ilford che mi sembra abbia maggior contrasto.

Scatto con l’esposimetro … scopriamo come funziona (leggi) .

Sotto i files digitali post prodotti scattati con la fotocamera digitale (canon 7d)

Sotto le foto delle stampe: (dal vivo sono completamente diverse)

INST_pired Instagram inspired

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INST_pired Instagram inspired è la rubrica delle migliori immagini trovate su Instagram.

[pagina appena creata]

I grandi fotografi_Nir Arieli

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Tension è una splendida serie fotografica di ballerini in movimento. Nir riesce a catturare una serie di azioni che combinate insieme ci danno la sensazione del movimento completo di questi ballerini newyorchesi.
Corpi in tensione che creano movimento pur restando congelati nel tempo. Coreografie immobili di uno spettacolo senza fine. Immagini dal ritmo incalzante pur essendone totalmente prive. (Fonte Collater-al)

Guarda le fotografie di Nir

L’alba della fotografia 1825- 1849

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La camera oscura risale al momento in cui, per la prima volta, qualcuno osservò un’ immagine proiettata su una parete attraverso un piccolo foro di una porta o tenda. Le proprietà della luce erano conosciute già nel Medioevo, ma ci volle ancora più di un secolo per creare un’immagine permanente.
La camera oscura era nota già ai tempi del filosofo cinese Mozi (470-390 a.C). Egli la chiamava con eleganza “stanza chiusa del tesoro”, forse perché la porta doveva essere chiusa altrimenti l’immagine scompariva. Nello stesso periodo il fenomeno fu descritto anche dal filosofo greco Aristotele.
Nel 1000 d.C. lo scienziato di Bassora conosciuto come Alhazen dimostrò, mediante un esperimento rigoroso, con 500 anni di anticipo rispetto ai tempi, le proprietà fondamentali della luce, come il fatto che viaggia in linea retta. Il suo lavoro costituì la prima analisi approfondita della camera oscura e la base delle teorie della visione e dell’ottica riprese dal tedesco Giovanni Keplero sei secoli dopo.
Nel frattempo il testo Magia Naturalis di Giovanni Battista della Porta (1558) diffuse in Europa la conoscenza della camera oscura. Gli esperimenti nel salotto di Isaac Newton, (1670) perfezionarono le conoscenze sulla luce e soprattutto sul colore. Nello stesso periodo in Europa artisti come Canaletto, Vermeer e Velazquez usavano vari espedienti ottici per le loro composizioni.

Il problema essenziale della fotografia fu come mantenere l’immagine quando si apriva la porta della camera oscura. Chiunque avesse avuto esperienza di camera oscura conosceva la delusione di veder dissolvere l’immagine in una pozza di pallide forme appena si lasciava entrare la luce.

Un passo fondamentale fu capire che la luce era indipendente dal calore. Nel 1602 l’alchimista italiano Vincenzo Cascariolo creò una polvere, il solfuro di bario, che scintillava al buio dopo essere stata esposta alla luce. Nacque da qui l’idea di utilizzare la luce per ottenere un risultato.
L’anatomista tedesco Johann Heinrich Schulze scoprì poi nel 1724 che il nitrato d’argento si scuriva se veniva esposto alla luce. Per quanto provasse, però, non riuscì a rendere permanente la trasformazione. La gara era iniziata.
Fra i primi a usare composti sensibili alla luce come il nitrato d’argento per fermare delle immagini fu la chimica Elizabeth Fulharne. La sua esperienza sui sali di metalli (pubblicata nel 1794) costituì una pietra miliare della chimica fotografica.
Ma i continui fallimenti di scienziati di grande portata dimostrarono che fissare l’immagine di una camera oscura non era così facile. Nel 1833 in Brasile Hércules Florence propose il nitrato d’argento come composto attinico (sensibile alla luce) e chiamò il procedimento “photografia”. Con tutta probabilità fu Florence il primo a usare questo termine.
Il modo migliore di catturare una somiglianza era quello di proiettare un’ombra, usando la luce del sole o di una candela, sullo schermo di uno strumento come il “fisionotraccia” e disegnare la silhouette della persona. Si poteva creare una precisa silhouette proiettando un’ombra su uno schermo luminoso, tracciando il profilo del modello e riempiendolo di colore nero.
Questi “skiagrammi” (dal greco skia, ombra) furono popolari fra il 1780 e il 1850 circa.
Si ispiravano forse al mito della fanciulla corinzia che, secondo lo scrittore latino Plinio, inventò la pittura disegnando l’ombra dell’amato.
Fra i tanti nomi famosi che cercarono di fissare l’immagine di una camera oscura, il ricco dilettante Nicéphore Niépce ebbe la meglio sulle migliori menti scientifiche del tempo. Prima soldato, poi impiegato statale e infine inventore, nel 1801 Niépce si sistemò nella villa di famiglia per portare avanti le sue ricerche.
Per superare la dichiarata incapacità di eseguire incisioni, Niépce cercò un metodo meccanico, così rivestò una lastra lucida di metallo con bitume di Giudea, prodotto a quel tempo usato dagli incisori. L’esposizione alla luce induriva il bitume, lasciando una zona non esposta abbastanza morbida da essere sciolta in olio di lavanda e petrolio. Il bitume corrispondeva alle zone di luce e il metallo a quelle scure: si creava così un positivo diretto.
Niépce chiamò questo procedimento “eliografia”, dal greco elios, sole, perché l’esposizione avveniva alla luce del sole.
L’invenzione non ottenne tuttavia un riconoscimento pubblico a causa degli errori e dell’imprecisione del procedimento stesso.
Le prime cianografie furono naturalistiche, ovvero fotogrammi di oggetti su carta lasciati al sole che Henry Talbot chiamò “disegni fotogenici”. (1839).

In quegli anni ci furono notevoli sviluppi in campo fotografico: la gelatina sensibile (photoresist), il dagherrotipo e il metodo negativo/positivo, tuttavia queste innovative scoperte erano connesse tra loro ma separate su alcune caratteristiche.

Nel 1829 Niépce inizio a collaborare con Daguerre, pittore di paesaggi. Studiarono materiali nuovi e fecero esperimenti con il rame rivestito di argento e reso sensibile da fumi di iodio. Nel 1833 Niépce morì, mentre Daguerre inventò un altro metodo positivo diretto, l’immagine latente, a cui diede nel 1837 il proprio nome.
L’invenzione venne riconosciuta pubblicamente da Francois Arago, direttore dell’Osservatorio di Parigi e figura di spicco negli ambienti scientifici e governativi che decise di ricompensare Daguerre offrendo 6.000 franchi all’anno e 4.000 franchi agli eredi di Niépce.
Tuttavia dopo questo risultato non si sentì più parlare di Daguerre, ma nacquero in tutto il mondo nel giro di pochi anni studi di dagherrotipia.

Talbot, esperto chimico, prese una strada diversa da Daguerre e lavorò con il nitrato d’argento e nell’agosto del 1835 Talbot realizzò la prima immagine negativa: le ombre erano chiare e la luce creava zone scure. Egli capì che avrebbe potuto ristampare il negativo per ottenere un positivo: fu l’inizio del metodo negativo/positivo che avrebbe dominato la fotografia per più di 150anni.
Talbot contestò il primato della scoperta di Arago e Daguerre e per questo ci fu una causa in tribunale che tuttavia perse.

Veduta dalla finestra a le gras di Niépce 1826

L’immagine di Niépce, esposta per circa 8 ore non corrispondeva ad alcuna veduta dalle finestre di casa sua, quindi ne era stata messa in dubbio l’autenticità.


Finestra a Lacock Abbey di Henry Fox Talbot 1835
Primo negativo della storia della fotografia.

Interno, dagherrotipo di Louis Daguerre 1837

Boulevard du Temple, Parigi di Louis Daguerre 1838
E’ la prima immagine conosciuta che mostra persone.

Le sue ampie linee, i contrasti di scala e il ritmo delle forme rivelano la preparazione artistica di Daguerre. E’ probabile che l’immagine fosse stata costruita prima, perché l’uomo che si fa lucidare le scarpe è in una posizione troppo perfetta.

Daguerre inventò non solo la fotografia ma anche la fotocamera. Tutti gli apparecchi fotografici successivi, anche quelli moderni, sono elaborazioni del suo progetto di base.
La primissima fotocamera fu una camera oscura in cui si inseriva carta sensibile alla luce invece della normale carta da disegno usata dagli artisti.
La prima fotocamera realizzata in serie fu la Giroux Daguerreotype.
Alphonse Giroux era un restauratore e costruttore di mobili, cognato di Daguerre. Nel 1839 ottenne una licenza da Louise Daguerre e Isidore Niépce (figlio dell’inventore) per costruire fotocamere per dagherrotipia. La fotocamera di Giroux migliorò molto la versione originale costruita da Daguerre in quanto era provvista di un obiettivo con focale 380mm e apertura fra F/14 e F/15, create appositamente da Charles Chevalier, rinomato progettista di microscopi e telescopi. Lo sportello anteriore dell’obiettivo si apriva per permettere l’esposizione. La fotocamera era composta da due cassette: una posteriore piccola all’interno di una anteriore più grande, che scorrevano una sull’altra per la messa a fuoco. Una vite di ottone permetteva di fissarla in posizione. Le cassette erano solide ma semplici e quindi di facile riproduzione. All’interno l’apparecchio fu rivestito di velluto nero per ridurre i riflessi dannosi per l’immagine. Uno specchio abbassabile a un angolo di 45° mostra l’immagine nel verso giusto. All’esterno era incollato il marchio che garantiva la produzione del progettista.
La fotocamera era molto pesante e così ogni fotografo doveva caricarsi circa 50kg, accessori compresi ad ogni spostamento. La portabilità a quei tempi non era però una priorità.
Giroux e Chevalier fecero una fortuna nella vendita di tutto il kit, fotocamera e accessori compresi; per dare un’idea del guadagno si pensi che nel 2010 un esemplare di fotocamera è stato venduto a 732.000 euro.
Col tempo tuttavia gli aspetti negativi di questa fotocamera iniziarono a farsi vedere, come il meccanismo di messa a fuoco della cassetta che non era agile e si logorava con facilità facendo entrare la luce.

FONTI:
Photography – Il libro completo sulla storia della fotografia di Tom Ang – Gribaudo.
https://www.amazon.it/Photography-completo-storia-fotografia-illustrata/dp/8858014294
Foto, storie di un istante
“FOTO storie di un istante” Serie di documentari (La collection “PHOTO”) realizzata da ARTE France che illustra l’avventura dell’arte fotografica, dalla sua nascita ai giorni nostri. Tra rigore scientifico, inventiva e bellezza visiva, una raccolta documentaria tanto ambiziosa quanto accessibile per scoprire ciò che si nasconde al di fuori dell’inquadratura.Tecniche d’animazione permettono di interrogare le fotografie stesse. “Svegliando„ così immagini fisse, il film mostra le scelte ed i casi che li disciplinano e gli elementi da cui derivano la loro forza. Lo spettatore scopre così il lavoro sull’inquadratura e la luce, i metodi di fotomontaggio e questa parte complessa che si gioca tra la fotografia, l’immaginario ed il reale.
https://www.youtube.com/playlist?list=PLN1bOwrcsoHNazs0XX2Z99p9DYk1EcZZw

Esposimetro analogico

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Esposimetro analogico Lunasix 3 (Gossen)
Come ho scritto nel precedente articolo, la mia fotocamera ha l’esposimetro che non funziona, per cui non potevo ogni volta portarmi la fotocamera digitale per fare le prove per le impostazioni, cosi ho deciso di acquistare un esposimetro esterno e a detta di molti quello più affidabile sembra essere il Lunasix 3 della Gossen.

Lo si trova usato al costo di € 60 – € 120 online o nei negozi che vendono apparecchiatura fotografica.

Io l’ho pagato € 60 su ebay in perfette condizioni.
Quando lo acquistate attenzione ad un elemento importante che incide sulla misurazione: le batterie da inserire.
Dato che le batterie che si usavano una volta non ci sono più per via del mercurio (tossico), consigliano di inserire le batterie PX 625 oppure 675 – PR44 es della Ansmann; ottime ed economiche quelle per apparecchi per l’udito.

Le PX625 sono piu grandi, se optate per le 675 che sono più piccole dovete inserire un pezzetto di cartoncino all’interno del vano batterie.

   

Per verificare che le batterie siano quelle giuste trovate sul retro il pulsante con la scritta sopra Batt. Contr, se spostate la ghiera verso destra noterete che la lancetta dell’esposimetro si posiziona all’interno del rettangolino rosso, se avviene questo la misurazione è corretta e le pile sono giuste.

Per scrupolo ho provato entrambe, tuttavia le batterie più grosse PX625 mi hanno dato una misurazione più precisa.

Iniziamo quindi a misurare l’esposizione: ci sono due misurazioni, quella riflettente e quella incidente, io parlerò solo di quella INCIDENTE (la pallina bianca rimane al centro) che per ora mi è sembrata più affidabile anche confrontandola con la fotocamera digitale.

Istruzioni per usare l’esposimetro analogico:

nella ghiera centrale a destra c’è la scritta ASA (sensibilità della pellicola) lì impostiamo il numero di asa del rullino preso, in questo caso metterò su 400 (ilford ph5plus).
Prendo il mio esposimetro esterno e punto dal soggetto verso l’obiettivo. Si misura così quanta luce arriva sul soggetto, cioè la sua vera illuminazione, e non quanta ne riflette.
Per approfondire la differenza tra luce incidente e riflettente vi riporto al sito di Nadir .
In alto ho dei numeri e a destra ho due pallini uno tutto nero (poca luce) e uno bianco (tanta luce).
Se siamo in una condizione di buona luce premiamo verso l’alto il pulsante grigio posizionato a lato dell’esposimetro e vedremo che la lancetta si sposta, aspettiamo 15” e poi lasciamo il dito cosi da vedere dove si ferma la lancetta. [In caso di scarsa luce invece premiamo verso il basso il pulsante grigio posizionato a lato dell’esposimetro.]

Una volta che la nostra lancetta si è fermata all’interno della riga gialla, guardiamo il numero corrispondente, nel mio caso 15.
Ora sempre nella ghiera rotonda centrale, in basso ci sono dei numeri e un cerchietto verde, uno rosso e un triangolo giallo, ecco mettiamo lo stesso numero sul triangolo giallo, in questo caso 15.

Riportando il medesimo numero sia in alto che nel triangolo giallo, si creano le coppie tra tempo e diaframma, sceglietene una in base alle vostre esigenze.

Ad esempio tra la coppia di tempo e diaframma 2000 e F/1,4 oppure 500 e F/2,8 oppure 125 e F/5,6 oppure ’15 e F/16 sceglierò il diaframma a seconda di ciò che voglio ottenere e di conseguenza il tempo, quindi imposto la mia fotocamera con questi parametri.
Su 30 test con l’esposimetro analogico , 27 misurazioni erano corrette confrontandole con la fotocamera digitale, sicuramente una volta diventata esperta le misurazioni saranno tutte corrette.

CAMERA OSCURA: SVILUPPO DELLA PELLICOLA

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Per sviluppare una pellicola è necessario stare in un ambiente completamente buio, oppure procurarsi una camera oscura portatile, la Changing Bag, una sacca nera a tenuta luce, provvista di due aperture attraverso le quali le mani possono entrare e permettere il caricamento della pellicola nella tank di sviluppo, senza che le infiltrazioni di luce possano danneggiare il rullino.

Contrariamente a quanto si immagina se si è alle prime armi e ci si sta approcciando al mondo dell’analogico, l’investimento di spazio e di denaro per una camera oscura non è poi cosi impossibile: per iniziare infatti si possono valutare idee di tutto rispetto senza rimetterci lo stipendio e andando avanti nel tempo vedere se questa passione ci prende cosi tanto da apportare migliorie e creare una camera oscura professionale, più grande e meno mobile.
Per iniziare quindi ho deciso soluzioni mobili, non invasive per la mia casa che non tolgono nulla alla qualità dello sviluppo stesso.
Lo sviluppo della pellicola ho deciso di farlo a casa, nel mio open space (sala-cucina) cosi da utilizzare il tavolo e il rubinetto, mentre la stampa dei negativi, sebbene potrei farlo nello stesso spazio e poi togliere tutto, ho preferito scegliere un luogo adibito solo a quello e creare un angolo fisso, specifico in solaio.
Prima di prendere questa decisione mi sono informata molto bene sia in internet che da amici stampatori se era pericoloso farlo in solaio per via dell’ eventuale tossicità degli acidi e della mancanza di una finestra in solaio, ma mi hanno rassicurato del fatto che possono bastare delle semplici aperture verso il corridoio e l’uso di una mascherina al momento della stampa.
Bacinelle, acidi, contenitori, ingranditore avranno cosi uno spazio definito e fisso sul tavolo in solaio.

La stampa della pellicola comunque verrà approfondita nei prossimi capitoli.


Materiale per lo sviluppo della pellicola
Estrattore o il più economico cavatappi
Tank consigliata la Paterson e spirale (io ho preferito il modello 115 con 2 spirali)
camera oscura portatile o luogo al buio
2 pinze
acidi quali sviluppo, fissaggio, arresto
termometro ad alcol
bottiglie casalinghe o contenitori specifici per contenere gli acidi da riusare

Confrontando due preventivi fatti con gli acidi della Ilford, uno fatto su Amazon e uno su TuttoFoto.com ho preferito il secondo perché ha prezzi inferiori, ma risulta conveniente per un ordine abbondante in quanto le spese di consegna sono di € 8,20 (con Amazon un cliente Prime non paga la consegna).
Comprensivo di acidi la spesa con TuttoFoto è di € 115

Nomi, marche degli acidi : ho una pellicola HP5plus quindi ho scelto:
sviluppo/rivelatore : Ilfosol 3 – 500 ml Ilford x un maggior contrasto oppure ID-11 x un minor contrasto. Per iniziare sceglierò il primo.
fissaggio: Rapid Fixer 1000 ml Ilford
arresto: Ilfostop Bath 500 ml Iford
Nella scatola in cartoncino del vostro rullino, aprendola in basso troverete riportata la tabella predefinita dei tempi, ogni pellicola ha la sua di riferimento, oppure trovate in internet vari siti utili al riguardo.

CON LA LUCE
Prendete il cavatappi (o l’estrattore) ed estraete la pellicola, come fosse il tappo della vostra bottiglia.
Se usate fotocamere automatiche da adesso il processo di imbobinamento della pellicola lo dovrete fare al buio in quanto non vedrete la linguetta spuntare all’esterno.
Se invece la vostra macchina è manuale il taglio della linguetta e il taglio per arrotondare gli angoli del rullino potete farlo alla luce perché il primo pezzetto di pellicola è già bruciato: tagliate ora l’ultimo pezzetto esterno che sembra una linguetta. Nel dubbio fate comunque questo procedimento al buio.
Prima di essere al buio assicuratevi di avere tutto l’occorrente vicino o all’interno della vostra camera oscura portatile.

AL BUIO
Se avete deciso di usare la camera oscura portatile, Changing Bag , inserite le braccia all’interno con la tank e i vari pezzi che la costituiscono (asta, coperchio, spirali fuori dalla tank), rullino, forbici.
Prendete le forbici e arrotondate gli angoli del vostro negativo così da facilitare l’inserimento dello stesso nella spirale, per poi essere inserita nella tank. Sentite con i polpastrelli che il rullino abbia gli angoli arrotolati, ora inserite la pellicola nella spirale e con una mano tenete ferma la spirale, con l’altra la muovete facendola procedere in avanti così fino a quando sentite che tutta la pellicola è stata ben avvolta ed inserita nella spirale.
Ora inserite l’asse nera della tank nella tank stessa, inserite la spirale e il coperchio. Da questo momento il vostro rullino è protetto dalla luce essendo all’interno della tank.
Fate uscire mani e tutto l’occorrente dalla Changing Bag o accendete la luce se era spenta.
Ora preparate le sostanze chimiche scegliendo se fare lo sviluppo “one shot” (monodose), oppure preparare una quantità maggiore e riutilizzarla in seguito per altri sviluppi.

Nel bugiardino trovate le specifiche per la composizione.
Se preparate una quantità maggiore un litro può essere sufficiente per 10/12 rullini, tenendo però conto che più viene utilizzato lo sviluppo e più i tempi si allungano, quindi è bene segnarsi quanti sviluppi si sono fatti e comportarsi di conseguenza.
Per sapere il tempo e la diluizione di acqua con la sostanza chimica da usare, leggete il bugiardino, ogni pellicola ha la sua scheda di riferimento.
Da ora proseguo con i dati indicativi per la pellicola Ilford.
La temperatura consigliata sia per lo sviluppo che per la stampa di una pellicola B&N è di 20° quindi col termometro ad alcol verifico che la mia soluzione abbia quella temperatura.

COMPOSIZIONI

Per sviluppare un rullino ci vogliono 300 ml di soluzione, è scritto sotto la tank Paterson quindi considerando le proporzioni del bugiardino della Ilford ho queste proporzioni:
[Nel caso di sviluppo di 2 rullini raddoppiate le quantità considerando 600ml.]

Per un rullino:
sviluppo 1+9 : 1 Ilfosol + 9 acqua = quindi 30 ml di sviluppo Ilfosol + 270 ml di acqua
per 6 minuti e mezzo – temperatura 20°
qui trovate la tabella delle diluizioni in base al pellicola e rivelatore scelto: https://www.digitaltruth.com/devchart.php?Film=%25Ilford+HP5%25&Developer=%25ID-11%25&mdc=Search&TempUnits=C&TimeUnits=D
Ho letto anche 1+14 ma lo sconsigliano in tanti.
arresto 1+19 per 10 “ oppure acido citrico
fissaggio 1+4: 1 Rapid Fixer + 4 acqua = quindi 60 ml di fissaggio Rapid Fixer + 240 ml di acqua
per 2-5 minuti – temperatura 20°

NB: lo sviluppo di una pellicola dipenda da più fattori, tempi, diluizioni, temperatura, agitazioni. Ogni marchio suggerisce un metodo di agitazione, con rispettivi fermi, consultate bene le tabelle e provate. Non c’è poi un standard fisso ma dipende anche dal contrasto che volete apportare. E’ consigliabile stare su un contrasto non spinto in fase di sviluppo ed eventualmente migliorarlo in fase di stampa.

SVILUPPO
Lo sviluppo è la sostanza che viene a contatto col negativo e serve per trasformare gli alogenuri d’argento presenti sulla pellicola in argento metallico.
Quando la luce colpisce l’emulsione si dice che quest’ultima è stata impressionata dalla luce con una conseguente concentrazione di argento metallico che fa si che si annerisca quella zona sulla pellicola, creando così l’immagine.
Si chiama anche rivelatore, in quanto rende la nostra immagine visibile.
Versate ora il vostro sviluppo (acqua + Ilfosol nelle proporzioni indicate sul bugiardino) direttamente nella tank, chiudete il coperchio e fate partire il timer .
Iniziate ora le agitazioni-ribaltamenti, capovolgendo con delicatezza e continuità la tank e ogni tanto date due colpetti secchi sul tavolo così da far salire le bolle che potrebbero essersi attaccate alla pellicola. State fermi un po’ e poi riprendete., nel mio caso il tutto per 6’ e 30”.
Terminato il tempo versate il liquido dello sviluppo in un altro contenitore (che servirà per conservarlo per altri sviluppi) e versate nella tank velocemente l’arresto, che andrà a bloccare la reazione dello sviluppo.

ARRESTO = acido citrico
L’arresto come accennato serve ad interrompere in modo rapido la reazione di sviluppo che viene effettuata sul rullino.
Al posto dell’arresto che costa di più, si può usare l’acido citrico puro che si trova nei negozi per la casa (€ 7 circa per 750 gr.) diluito 15 gr. Per 1 litro d’acqua. Vedete il bugiardino.
Versate poi l’acido citrico diluito o l’arresto nella tank, chiudete il coperchio e ricominciate le agitazioni. Può bastare un minuto.
Versate ora l’arresto nel contenitore per la conservazione di altri sviluppi e passate al fissaggio.

FISSAGGIO
Il fissaggio è quella sostanza che stabilisce la pellicola, ovvero fa si che non sia più sensibile alla luce. Versate il fissaggio diluito con acqua nella tank, effettuate le vostre agitazioni per il tempo stabilito e i colpi di rottura di bolle, eliminate il liquido o versatelo nel contenitore per successivi sviluppi.

LAVAGGIO con acqua
Lavate la pellicola con acqua corrente per 20’ circa e lasciatela poi in ammollo.
Alcuni consigliano l’acqua distillata ma ho letto che per il bianco e nero non è necessaria anche perché quando viene a contatto con un’emulsione può rovinare la struttura salina, facendo gonfiare la pellicola. Va bene al massimo diluita. Scegliete voi cosa sia meglio.

UMETTANTE opzionale
L’umettante (o sapone molto puro/shampo) crea una protezione sulla pellicola per evitare che le goccioline d’acqua o lo sporco in genere sia attacchino.
Fate le agitazioni per 40” con delicatezza in quanto l’umettante crea schiuma.
Levate la pellicola dalla spirale, attaccate alle estremità della pellicola due pinze, una leggera in alto e una più pesante in basso affinchè venga tirata leggermente e non si incurvi.
Appendete il tutto in un posto privo di polvere, una volta asciugata tagliate la vostra pellicola in strisce da 6 e archiviate possibilmente in un raccoglitore per negativi.

 

 

Sito utile :
Tabella ilford: http://www.labitalia.it/wp-content/uploads/2016/01/lford-bassa.pdf

Donna a donna

blog, Iniziative

E’ l’ennesima sfida e stavolta metaforicamente è una doppia staffetta : donna a donna, il “testimone” è l’immagine della donna.
L’idea è nata nella mia testa dopo il caso Zalando: tre foto di due modelle curvy in mutande e reggiseno, postate il 12 gennaio sulla pagina Facebook italiana della società di e-commerce Zalando, hanno innescato una lunga serie di commenti crudeli e offensive, per lo più da parte di utenti donne. Gli scatti fanno parte della campagna inclusiva di intimo di Calvin Klein, che mira a promuovere il fascino delle donne con una taglia superiore alla 46. Leggi l’articolo qui 

Cosi ho pensato : ma le donne sono in grado di vedere e apprezzare la bellezza di una donna ? forse non siamo più abituate a vedere l’unicità dell’altra, forse siamo troppo influenzate dai media, dall’idea di perfezione inculcata dalla società ogni santo giorno, o forse non siamo mai state capaci di avere questa sensibile capacità di osservazione ?
Come facciamo a pretendere dagli altri e dagli uomini di apprezzarci per la nostra autenticità se siamo per prime noi a criticarci continuamente?
Mi sono quindi soffermata sulla capacità o incapacità della donna di vedere la bellezza nell’altra e da qui nasce la sfida, l’esperimento.
Una due giorni in cui le donne si ritrovano insieme ad essere soggetti da osservare e soggetti che fotografano. Attenzione non serve essere fotografe ma aver voglia di guardare l’altra e valorizzarla in uno scatto. Lo scatto può essere fatto col cellulare, con una compatta, con la reflex.  Non siamo ad un concorso di fotografia ma ad un incontro in cui tutte noi donne ci concentriamo più sul bello dell’altra e non sulla sua criticità, sui suoi difetti. Sappiamo ancora farlo  ? siamo mai state in grado di farlo ?
Quanto conta per noi la perfezione ? Quanto siamo in grado di valorizzare il nostro simile ? E’ SOLO UN ATTO D’AMORE E DI INTERESSE, niente altro.
Ci si incontra quindi e a turno si è modella e fotografa in modo reciproco senza finalità fotografica ma solo per un fine comune quello di far vedere al mondo che noi donne non siamo cosi cattive come a volte appare, ma abbiamo voglia di cambiare la cultura e la mentalità anche in un progetto apparentemente inutile e piccolo come questo.
Avete voglia di partecipare ?
Io come fotografa vi assisterò, ma ripeto l’importanza non è fare una bella foto, ma osservare l’elemento bello che tutte noi abbiamo.
Donna a donna : una staffetta in cui ogni donna è indispensabile nel gioco per un fine comune, costruire una sensibilità nuova di accettazione e soprattutto di osservazione del bello.
Non è facile, ma possiamo riuscirci solo se insieme!
Possono partecipare tutte le donne di età tra i 5 e i 90 anni.
Leggi qui come partecipare: https://www.micaelazuliani.com/donnaadonnahttps://www.micaelazuliani.com/donnaadonna

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Pino Coduti – Fotografare con le candele

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Il progetto “de La Tour”, del pugliese Pino Coduti, è stato premiato alla 15th China International Photographic Art Exhibition, con la Medaglia d’Oro nella categoria Arte.
Coduti trae ispirazione dalle opere di Georges de La Tour, pittore caravaggista (1593 -1652) che si dedica allo studio della luce e delle ombre prodotte dalle candele.
Altra importante fonte di ispirazione è il film capolavoro e premio Oscar “Barry Lyndon” di Stanley Kubrick, straordinaria pietra miliare nella ricostruzione delle atmosfere create dalla luce delle sole candele.

 

Paolo Ventura

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Paolo Ventura è un fotografo unico nel suo genere: i suoi scatti ritraggono precisissimi diorami che riproducono varie ambientazioni tutte dal sapore antico e surreale. Un mondo in miniatura che la macchina fotografica di questo abile artista cattura e reinterpreta fornendoci un serie di riflessioni sul sottile e impalpabile strato che divide finzione e realtà. Ventura, che vive a New York ed espone soprattutto all’estero, in Italia e purtroppo poco conosciuto, alcune sue opere sono state esposte nello scorso Festival Internazionale di Fotografia di Roma e ci auguriamo che ritorni prossimamente con una nuova personale nel nostro paese, l’ultima è stata a Milano, al FORMA nel 2008.

I suoi diorami sono molto laboriosi, costruiti con una perfezione certosina: li realizza interamente da solo? E come procede nella realizzazione degli scatti?

Si, li realizzo da solo, sono fra l’altro meno complicati di quello che potrebbero sembrare. Poi in genere inizio a scattare delle polaroid attorno al set fino a che non trovo il punto di vista che reputo giusto, scatto un’altra polaroid che in genere mi tengo in tasca per un paio di giorni e che continuo a guardare, se dopo quel periodo mi continua a convincere allora scatto il film, in genere uno solo sempre dallo stesso punto di vista.

Una volta finito di scattare cosa succede ai suoi modelli: li distrugge, li conserva, li riutilizza?

Beh, diciamo tutte e tre le cose.

Le sue immagini tendono a destabilizzare chi le guarda, quasi come fossero una sorta di zona di confine tra il vero e il falso…

Quello che io fotografo non esiste, ma cerco di farlo sembrare vero il più possibile, voglio che chi guarda le mie immagini pensi di esserci stato in quel luogo oppure di esserci voluto stare, anche se lo spettatore è cosciente che le mie immagini non esistono nella realtà mi piace pensare che dopo un po’ se ne dimentichi , come quando si guarda un film.

Lavora e vive a New York. Per quale motivo ha deciso di lasciare l’Italia?

Per amore, del mio lavoro e di una persona

Quale pensa siano le differenze tra l’Italia e l’America nel considerare la fotografia?

Beh, credo che ci sia un abisso, anche per fatti oggettivi, l’America è un paese enorme. E poi la fotografia è riuscita a raccontarne la sua anima, più che in qualunque altro posto

La sua attività di fotografo è cominciata con i suoi diorami oppure in passato si è occupato anche di altri soggetti?

Per tanti anni ho fatto il fotografo di moda , poi però mi sono reso conto che non era la mia strada e quindi ho smesso e ho iniziato a lavorare su delle idee che mi ossessionavano da molti anni

Lei scatta mondi e situazioni che lei stesso ha immaginato e creato, quasi un approccio filosofico, o meglio metafisico nei confronti della fotografia: si sente una sorta di demiurgo?

Mah! Io racconto delle piccole storie a cui penso durante il giorno. Cerco di fotografare la mia fantasia

Il platonico mito della caverna dimostra che l’uomo può sopravvivere illudendosi di cose lontanissime dalla realtà: cosa è per lei la finzione?

E’ una bugia ben raccontata.

sito Paolo Ventura

 

Phil Stern

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Decano della fotografia, maestro del reportage in bianco e nero, Phil Stern ha immortalato nella sua lunga carriera di fotoreporter di razza, innumerevoli grandi divi del cinema e dello spettacolo americano.
Amico personale di James Dean, sue sono tra le foto più significative del grande attore prematuramente scomparso. Così come suo è forse uno dei ritratti più intensi di Marilyn Monroe e innumerevoli foto di scena. Anche le immagini di Louis Armstrong, Ella Fitzgerald e dei grandi del Jazz, o le incredibili sequenze dedicate a Frank Sinatra, portano la sua firma.
Ma Phil Stern è molto di più di un fotografo al quale è capitato di trovarsi “nel posto giusto al momento giusto”. Il suo stile è inconfondibile, misto di intelligente ironia, sapiente composizione formale e rapidità di osservazione.
Ciò che caratterizza le sue foto irripetibili è quel miscuglio contraddittorio di ironia e distacco, ammirazione ed empatia che Stern sente ed esprime nei confronti del soggetto che fotografa.
La sua Hollywood (quella dell’epoca d’oro delle majors e dei grandi divi che imponevano il loro stile e il loro sorriso al mondo intero) è allegra e spensierata ma anche insolita e bizzarra, patinata e perfetta eppure, improvvisamente, fragile, dolce e disarmante.

Negli scatti di Phil Stern, presentati a Forma e per la prima volta in una personale italiana, si rivive il senso di quegli anni e di quei protagonisti. Se da una parte l’autore osserva il “dietro le quinte”, smitizzando il soggetto e dissacrandolo, dall’altro subisce lui stesso il fascino di un’industria, dei suoi modelli creati ad arte, dei riflettori sempre puntati sul palcoscenico – anche quando la scena sembra spenta.

Phil Stern nasce da una famiglia di ebrei russi immigrati negli States, cresce a New York, nel Bronx. Nel 1939, dopo aver lavorato come ragazzo di bottega in un laboratorio fotografico, inizia a lavorare come fotografo free-lance per il Friday: comincia così, ufficialmente, la sua carriera. Lavora per Life, Collier’s, Look. Inizia a lavorare a Los Angeles sui set cinematografici. Segue Orson Welles in Citizen Kane.
Nel frattempo, gli Stati Uniti entrano in guerra e Phil nel 1941 parte per il fronte. Dopo un breve periodo a Londra, trascorso a ritrarre gli ufficiali (attività che lo annoiava a morte), Phil si arruola volontario nei Derby’s Rangers e parte per il Nord Africa.
Viene gravemente ferito in Tunisia, si rimette in piedi e torna di nuovo al fronte, questa volta come corrispondente di guerra per la rivista delle forze armate Stars and Stripes. Segue lo sbarco degli alleati in Sicilia ma poco dopo torna in patria a causa delle ferite riportate. Il governo americano, in cerca di eroi, lo decora con la medaglia “purple heart”: Phil Stern vive un breve momento di gloria. Nel frattempo, l’industria del cinema americano appare più fiorente che mai e Phil, che ama stare sempre dove la vita è frenetica, si trasferisce definitivamente a Hollywood dove realizzerà i ritratti più famosi delle celebrities dell’epoca, ritratte sulla scena dei film che interpretavano, dietro le quinte e in rari momenti di intimità che Stern riesce a ritrarre e a raccontare con una freschezza e un’ironia che diventeranno il suo marchio di fabbrica. Nel 1945 sposa Rosie da cui ha 4 figli.
Sito: http://www.philsternarchives.com/