Ritratto Terapia – provato da una psicoterapeutica

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Io e la dottoressa Stefania Colombo, psicoterapeuta ad indirizzo analitico transazionale e bioenergetico,  dello Spaziopsicoterapia a Milano, abbiamo deciso di creare dei progetti insieme in cui la fotografia e la psicologia lavorano per un fine comune: la terapia e il benessere delle persone.
Per poter comprendere meglio come lavoro, ha provato di persona il Ritratto Terapia, sotto una sua recensione.
“Oggi ho incontrato per la prima volta Micaela Zuliani, sebbene sapessi già come lavora da diverso tempo non avevo mai avuto il piacere di fare una chiacchierata con lei. Sono andata a casa sua pensando di rimanerci un paio d’ore e alla fine ci sono rimasta quasi per tutto il pomeriggio. Ci siamo raccontate di noi e dei nostri progetti professionali, di che cosa significa per noi fare terapia. Sembravamo due bambine emozionate nel ritrovare nell’altro gli stessi punti di vista, le stesse idee, la stesse riflessioni sulla terapia, l’arte e il potere della comunicazione. Fino a qua tutto bene, poi ho voluto sperimentare,come sempre faccio, su di me il suo approccio prima di poterlo proporre ai miei pazienti. Così mi sono fatta fotografare.
Per me e il mio narcisismo non è stato semplice, perché sapevo che Micaela non è alla ricerca delle foto belle, ma è alla ricerca delle foto vere.
Wow… li ho potuto avvertire veramente la potenza del suo approccio e di come attraverso il suo occhio intuitivo, attento e sensibile Micaela ti accompagni e faccia luce su quegli angoli più nascosti che sono dentro di te.Ti tira fuori, ti mette a nudo, (anche se stai posando vestita), E poi ti guarda con il suo sorriso bellissimo e ti dice: ”guarda che sei tu, ti piaci?”
Ed è difficile, perché NO a volte non ti piaci, ma sei così e sei vera, E ti riconosci vera.
Ho visto di me cose che conosco e che ancora dopo tanti anni di terapia faccio fatica ad accettare, come la mia difficoltà a lasciarmi andare completamente, ho incontrato la mia sensualità di cui ancora mi vergogno e mi spaventa, e la mia fragilità. Ed ho di nuovo avuto la conferma di come il nostro corpo comunichi più di ogni altra cosa e di come parli di noi stessi, andando oltre i nostri costrutti mentali, oltre quello che noi ci raccontiamo di noi.
Micaela, attraverso l’obbiettivo della sua macchina fotografica ti vede (veramente) e quindi tu ti vedi.
E mi è venuto in mente di come il bambino si riconosce e costruisce la propria identità attraverso il rispecchiamento con la madre e attraverso l’immagine che la madre gli rimanda di lui.
E di come l’essere umano sia come un’opera d’arte bellissima e come un’opera d’arte prende significato quando c’è qualcuno che la guarda.
Micaela mi ha chiesto di scrivere un commento a caldo e questo è quello che mi è venuto, ma io credo che il lavoro fatto oggi mi lavorerà dentro ancora per un po’…”
Stefania Colombo
Maggiori dettagli qui : https://www.micaelazuliani.com/ritrattoterapia

NUOVI CORSI DI FOTOGRAFIA stagione autunno 2019

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NUOVI CORSI DI FOTOGRAFIA stagione autunno 2019
https://www.micaelazuliani.com/corsi
workshop al sabato – corsi individuali durante la settimana

ilritratto_andare oltre l'immaginel'autoritratto

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Inconscio e fotografia

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Sostenitrice della fotografia come mezzo per conoscerci e conoscere le persone intorno a noi, unendo cosi psicologia e osservazione, scopro e condivido con piacere l’articolo sotto, trovato in internet , fonte https://www.rimlight.it

Perché fotografiamo? Quali meccanismi psicologici scatena la fotografia sia in chi la crea, sia in chi la osserva? Nel libro “Oltre l’immagine”, 15 artisti sono intervistati non da critici o curatori, ma da psicoterapeute, e le loro immagini commentate alla luce delle teorie psicoanalitiche per conoscere in quali meandri della loro mente hanno origine. Rimlight ne ha parlato con le autrici del volume, Sara Guerrini e Gabriella Gilli.

“Tu non fai una fotografia solo con la macchina fotografica. Tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai sentito e le persone che hai amato”, affermava il celeberrimo fotografo Ansel Adams. Le fotografie che scattiamo, insomma, parlano di noi, delle nostre emozioni, delle nostre esperienze, trasmettono talvolta inconsciamente messaggi profondi sulla nostra esistenza e sui nostri valori. Anche un “selfie”, o più in generale un autoritratto, non è da considerarsi un semplice modo di soddisfare necessità esibizionistiche, ma nasconde percorsi profondi di conoscenza e di ascolto dei propri bisogni comunicativi.

È dal desiderio di approfondire questi argomenti che nasce il libro “Oltre l’immagine: inconscio e fotografia“, di Sara Guerrini e Gabriella Gilli, edito da Postcart. L’indagine è realizzata attraverso una serie di interviste, effettuate da psicoterapeute, ad alcuni artisti su temi cruciali delle vicissitudini umane: i legami d’amore, la morte, il corpo, l’identità e i luoghi sono infatti i vertici di osservazione, scelti dalle autrici, per parlare delle fotografie.

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Nel loro libro si parla soprattutto di fotografia introspettiva e intimista. Abbiamo notato anche noi di Rimlight, intervistando diversi fotografi per la nostra rivista, un crescente interesse per questo genere sia da parte degli artisti, sia dei lettori. “Sì, è certamente innegabile una tendenza crescente a volgere il nostro sguardo all’interno, in quel luogo immaginario tra la nostra pancia e i nostri pensieri”, ci conferma Sara Guerrini, docente presso lo IED di Milano e con esperienza di photo editor per testate quali Geo, Newsweek e D di Repubblica. “La fotografia esce da un’era dominata dal reportage, dalla moda e dalla pubblicità. Ora le immagini sono dominio di tutti e non solo del mondo della comunicazione che detta le sue regole. I nostri album di famiglia sono Instagram, Facebook, Snapchat e sono condivisi senza troppe sovrastrutture dalla maggior parte di noi. L’osservazione del mondo esterno – sia esso un paesaggio, una guerra, una nuova tendenza – che era richiesto nel mondo della fotografia professionale è stato contaminato da una moltitudine di linguaggi, molto più spontanei e autodidatta, che partendo dal singolo individuo hanno probabilmente trovato una naturale tendenza nel racconto del proprio mondo, degli elementi più vicini a noi e quindi quella della sfera privata e intima. Tutto questo avviene in un momento storico dove il mettersi in gioco ed esporre gli aspetti più fragili della propria personalità è sicuramente all’ordine del giorno.”

Quali criteri avete adottato per selezionare gli artisti presentati nel volume, quali caratteristiche vi hanno colpito?
Siamo partite confrontandoci su alcuni autori amati (o anche odiati) che avremmo potuto tenere in considerazione per un percorso-intervista di questo tipo. Il primo autore confermato è stato Arno Rafael Minkkinen, artista con cui Francesca Belgiojoso – l’autrice della categoria “autoritratto” – aveva già lavorato diversi anni. Siamo partite con un fotografo per categoria e mentre le psicoterapeute lavoravano alle loro interviste e susseguentemente ai testi, io ho proseguito la mia ricerca circoscrivendo lo sguardo e il pensiero alle nostre categorie: Identità e Corpo, Autoritratto, Relazioni, Morte e Luoghi. L’ambizione era di essere il più eterogenei possible, mantenendo coerenza tra i gruppi in modo da far interagire i lavori per opposizione o vicinanza di intenti. Abbiamo scelto dalle nuove leve ai veterani. Le “quote rosa” erano una prerogativa, ma in fotografia non manca certo l’offerta di autrici eccezionali e quindi non è stato difficile scegliere. Una delle cose che mi ha colpito di più durante la fase iniziale del libro è stato scoprire che la nostra intuizione rispetto al potenziale di ricchezza e di sensibilità degli intervistati si è solo confermata se non addirittura in alcuni casi, ribaltata in piacevoli scoperte.

Qual è il tema più ricorrente che avete individuato tra i progetti degli artisti intervistati? 
Il racconto dell’intimità. In forma di documentazione o messo in scena, e come ci tengo a ribadire, spesso involontario ma semplicemente necessario in uno specifico momento del percorso artistico degli autori.
La narrazione di percorsi personali dei singoli individui attraverso i social media o il tanto citato “storytelling”, per quello che riguarda le aziende e la comunicazione più in generale, riflettono un bisogno diffuso di individualizzazione del linguaggio, una forma di comunicazione che parla al singolo in modo più diretto. Molti dei nostri autori raccontano dell’enorme riscontro di pubblico suscitato dai loro lavori e la cosa certo non stupisce, visto il processo di identificazione che riescono a instaurare, spesso proprio in un fruitore che cerca la rilettura delle proprie fragilità attraverso la rappresentazione di quelle degli altri.

Molti artisti amano fotografare se stessi. In alcuni casi l’autoritratto è considerato solo espressione di narcisismo ed esibizionismo, ma cosa significa in realtà per l’artista?
L’autoritratto è narcisismo quando è semplicemente utilizzato per guardarsi, apprezzarsi e mettere in luce alcuni aspetti fisici. E’ esibizionismo quando è condiviso, quando racconta le nostre vite, quello che facciamo e dove siamo.
Per un’artista l’autoritratto è uno strumento per osservare se stesso in modo diverso, per entrare in contatto con emozioni differenti, è un’esperienza. Lo sguardo da un punto di vista esterno e in un certo senso oggettivo, aiuta a prendere coscienza di se stessi. Questo vale per tutti, ma per l’artista è un percorso di approfondimento molto più intenso, perchè cosciente dell’atto.

Alcuni artisti contravvengono alle classiche regole di composizione, o sembrano non preoccuparsi di illuminare correttamente i propri soggetti. Alcuni non si dichiarano neanche fotografi, ma usano la fotografia come strumento per i propri fini espressivi. Nella fotografia introspettiva, la narrazione sembra essere più importante dell’estetica dell’immagine. Perché?
Direi che in generale le regole di composizione e di illuminazione appartengono ormai alla “Prima Repubblica” della fotografia. Oggi possiamo forse più parlare di stili e forme, dove l’errore ha la meglio e lo snapshot è dominante. Anche la comunicazione visiva dei media cerca di rincorrere queste forme di rappresentazione per essere più vicina al linguaggio della fotografia parlato dai singoli individui con i loro smartphone.
Tra i nostri 15 autori ritroviamo però un’ampia palette di “tecniche”: lo sfuocato nebuloso di Antoine D’Agata, le messe in scena di Elinor Carucci, il bianco e nero iperestetizzante di Arno Rafael Minkinnen, la fotografia che interagisce con la pittura nelle tavole di Liu Bolin, le immagini ritrovate di Moira Ricci, il lento grande formato di Guido Guidi, ecc. I risultati sono spesso molto ricercati e con pochissimo spazio all’improvvisazione. Ad ogni modo la cosiddetta fotografia introspettiva persegue certamente una ricerca di libertà anche nei suoi modi di espressione, del resto: sto raccontando me stesso, chi può decidere come devo raccontare la mia storia?

Un tema affascinante di cui si parla nel libro è quello della morte, affrontato dagli artisti da diversi punti di vista e con diversi scopi espressivi. Ne abbiamo discusso con Gabriella Gilli, professore associato di Psicologia e direttore dell’Unità di Ricerca di Psicologia dell’Arte presso l’Università Cattolica di Milano.

Da cosa nasce il bisogno di affrontare questo argomento mediante la fotografia?
La morte è un tema molto poco affrontato a livello culturale e societario. Esiste, nei confronti della morte, una sorta di rimozione, di allontanamento dalla mente e dalla condivisione con gli altri. In altri termini l’individuo non ha una sufficiente rete sociale e culturale che lo aiuti a tollerare sia il pensiero della morte sia l’evento-morte stesso. Ma tutti ne siamo a contatto: perché muoiono le persone da noi amate, o anche solo conosciute, perché abbiamo, seppur nascosto, il pensiero della nostra stessa morte. Tra l’altro, la morte è frequentemente relegata negli ospedali, lontano dagli occhi dei parenti e amici. La morte non si vede, non si deve vedere se non forse anestetizzata e serializzata nei report di guerre e nella cronaca nera dei giornali e telegiornali. Ma il peso del pensare alla morte ricade su ciascuno di noi che si trova per lo più solo a sopportarne lo sconvolgimento, la paura, lo sconforto. Credo che la fotografia d’arte intercetti questa esigenza di rompere il tabù della morte. Ne mette in luce sia la potenza che ammutolisce sia quanto di vitale esiste comunque nel poterne vedere/parlare/sentir: la parte vitale è allora la nostalgia dolente e tenace del lavoro di Moira Ricci, o l’onestà nel dichiarare l’attrazione non tanto per la guerra quanto per le persone in guerra in Van Agtmael, o la lenta consapevolezza, per Philip Toledano, che la vita sia in realtà una costante elaborazione di piccole separazioni che alla nostra mente appaiono come morti. Infine, è la dimensione artistica delle fotografie che abbiamo considerato che è capace di restituire alla morte quella grandiosità e quella terribilità che ne sono l’essenza, togliendole la banalità, lo squallore, la morbosità che la accompagnano in altri contesti.

La fotografia consente di superare barriere psicologiche e sociali. La nudità, ad esempio, considerata indecente se mostrata in pubblico nella vita quotidiana, diventa espressione artistica, se opportunamente rappresentata, in fotografia. Cosa rappresenta il nudo per l’artista e per il soggetto ritratto?
Credo rappresenti la ricerca di una dimensione interiore, o più autentica, non coperta dalle consuetudini e dagli “abiti/abitudini” convenzionalmente vestiti. In alcuni può anche significare una provocazione contro modalità sociali ritenute perbeniste e più o meno ipocrite.

Perché una fotografia può piacere più di un’altra? Quali sono cioè le fonti di piacere che si celano dietro a una fotografia, sia per l’artista sia per l’osservatore?
Il tema del giudizio estetico o di gradevolezza (quanto piace un’opera) è molto complesso e non riducibile a pochi elementi. Comunque, uno dei fattori che contribuiscono a rendere apprezzabile una fotografia è l’interesse che artista o osservatore hanno per il contenuto che viene rappresentato: tendiamo ad apprezzare e a mostrare più attenzione a ciò che riteniamo importante e di valore per noi. E ciò che è importante per noi è ciò che entra in “risonanza” con i nostri desideri o i nostri timori. Cioè con ciò che ci interroga circa i nostri interessi profondi. È evidente che qui entrano in gioco la cultura e la sensibilità individuale (nel senso anche di capacità di empatia):più sono elevate, più l’individuo sarà in grado di “reagire” all’immagine elaborando temi emozioni pensieri che ne arricchiranno la fruizione e renderanno preziosa e gradita la fotografia.
Altro fattore è il riconoscimento della “maestrìa” con cui è realizzata la fotografia. Ovviamente gli esperti sono più attenti a questa dimensione tecnica. Esiste infatti una differenza nel giudizio estetico tra esperti e non-esperti: i primi valutano e apprezzano sia il contenuto sia la composizione dell’immagine e la sua riuscita tecnica, mentre i secondi valutano e apprezzano maggiormente gli aspetti di contenuto (se piace o meno il soggetto rappresentato) che pertengono alla propria soggettività, cioè gradiranno le immagini che raffigurano soggetti a loro graditi; pertanto il giudizio estetico dei non esperti è più soggettivo e più circoscritto rispetto a quello degli esperti.

Molti artisti dichiarano che la fotografia, in particolare quella intimistica, è per loro terapeutica. In che termini può generare benessere?
L’attività fotografica, o artistica in generale, non è psicoterapeutica in sé. L’azione terapeutica prevede una relazione effettiva con un altro esperto, uno psicoterapeuta o uno psicoanalista. Tuttavia, può essere benefica e apportare benessere poiché consente di avviare e di sostenere un processo di elaborazione dei temi che altrimenti insistono e “resistono” magari come sintomi, o dolori non comunicabili. Nella produzione artistica si attua una sorta di sdoppiamento dell’Io: mentre l’artista crea un lavoro sperimenta in qualche modo un proprio ‘doppio’ creativo, come se si “vedesse” mentre crea e dà forma a contenuti propri. La possibilità di esprimersi è benefica in sé, ma quando lo è entro una dimensione artistica lo è a maggior ragione. Inoltre, qualsiasi opera d’arte è un atto di comunicazione: prevede, anche quando l’artista non ne sia consapevole, un osservatore, uno spettatore, un altro (che come detto sopra può essere anche il proprio “doppio”) che accolga l’opera e ne rielabori il messaggio. In questo senso è almeno potenzialmente un “dialogo” che crea relazioni di senso e benessere.
Freud aveva spiegato la potenza dell’arte come “coscienza dell’illusività”: l’artista e il fruitore sono consapevoli del fatto che l’arte non sia la realtà, che rappresentare la morte, o il dolore, o il male, o anche la felicità in una fotografia non coincida con la realtà di quel contenuto, ma che proprio tale finzione consenta loro di vivere appieno ed emotivamente in modo intenso quel contenuto. È la stessa dinamica che fa sì che io possa commuovermi “davvero” alle scene commoventi al cinema o accettare con piacere di vedere scene di omicidi o parricidi nel teatro per es di Shakespeare; così nelle fotografie degli autori che abbiamo scelto possiamo avvicinarci a temi dolorosi o sconcertanti che altrimenti non potremmo trattare. E qualsiasi elaborazione mentale è un passo verso un maggior benessere: riuscire a pensare e a provare emozioni genera benessere di per sé.

Può la fotografia, in alcuni casi, diventare essa stessa ossessione anziché terapia, e addirittura generare dipendenza, creando disagio in sua assenza?
Non attribuirei la “colpa” alla fotografia di generare dipendenza o ossessività. Al massimo può diventare, come peraltro qualsiasi altra attività, sintomo di un disagio, correndo il rischio di venir assoggettata a riti ripetitivi e disfunzionali, ma non ne è certo la causa.

 

RITRATTO TERAPIA

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La fotografia serve a far vedere quel che non si vede, a far esistere quel che non c’è, a rendere conoscibile l’inconoscibile. Quando l’invisibile si è fatto visibile, in quel preciso istante un pezzo di mondo è morto ed è rinato altrove. E’ lì che dobbiamo puntare il nostro obiettivo fotografico se vogliamo scoprire qualcosa di noi”.

La fotografia terapeutica promuove la presa di coscienza di sé, favorisce il riconoscimento e la comunicazione degli stati emotivi.

collage

Quello che per i fotografi comuni è normalmente il punto di arrivo (ossia la foto finita), per la fotografia terapeutica è invece il punto di partenza: l’obiettivo non sono solo belle foto, l’obiettivo è l’esperienza che si sta vivendo abbandonandosi a se stessi, decidendo di vivere e poi mostrare la propria vulnerabilità, rabbia, tristezza, gioia, emozioni insomma, che troppo spesso soffochiamo per assecondare l’aspettativa degli altri o la nostra inconscia sete di giudizio.

L’obiettivo è scoprire la propria bellezza e soprattutto la propria autenticità attraverso la libertà di essere senza vergogna e autocelebrarsi con amore sano e fiero.

Fin dalle sue origini si è creduto molto al potere terapeutico della fotografia.  

E’ stata spesso utilizzata da medici e psicologi come mezzo di supporto alla terapia tradizionale per affrontare e curare conflitti interiori: il paziente scattava liberamente nell’arco della giornata alcune fotografie, tenendo una sorta di diario fotografico, che poi venivano usate nel processo di analisi.
In alcune malattie come ad esempio i disturbi alimentari dove lo schema corporeo dei malati è disturbato (distorsione dell’immagine corporea, rappresentata da una mancata corrispondenza tra il corpo reale ed il corpo soggettivamente percepito), si è scoperto  che la fotografia rappresenta un mezzo straordinariamente efficace per l’analisi e la cura di questo tipo di patologia.
L’immagine corporea non è un mero fatto di percezione oggettiva, ma ha implicazioni più profonde e soggettive. Inoltre rappresenta la base di partenza delle relazioni sociali: una percezione negativa dell’immagine corporea può avere conseguenze deleterie per il soggetto che la vive, comportando ansia sociale fino all’isolamento completo, preoccupazione ossessiva per il peso e la forma corporea, bassa autostima, patologie psichiatriche quali depressione e DCA.
Le ricerche scientifiche in questo campo, arrivano ad affermare che il contesto in cui viviamo e gli stimoli che riceviamo dall’esterno possono essere in grado di influenzare profondamente i comportamenti e gli ideali estetici di bellezza.
Questo è possibile nella misura in cui l’immagine interna che abbiamo del nostro corpo non corrisponde a ciò che vediamo riflesso allo specchio, ma è invece fortemente influenzato dal modo in cui ci raffiguriamo, dai sentimenti negativi o positivi che proviamo nei confronti del nostro aspetto fisico e dalla discrepanza con il nostro modello di corpo ideale.

★ RITRATTO COME TERAPIA

 La fotografia viene utilizzata in molti campi:

– durante la malattia e la cura contro il cancro è stato dimostrato che le donne che sono state truccate e fotografate con un approccio amorevole e valorizzante del loro corpo, reagivano alla cura con maggior determinazione e autostima;
negli adolescenti con difficoltà a comunicare emozioni e stati d’animo, con dipendenze e fenomeni di autolesionismo, o problematiche legate al bullismo vissuto a scuola, si è visto come la fotografia in genere, il ritratto e l’autoritratto siano ottimi mezzi atti a tirare fuori e sviscerare emozioni trattenute e soffocate per anni;
nella donna che ha difficoltà a lasciarsi andare con se stessa, col proprio corpo, con la propria femminilità, autenticità, se ben supportata da una persona esperta, si riappropria della sua identità, del suo amore perso e ritrovato, della sua accettazione ma anche della sua voglia di ricominciare a giocare con se stessa, abbandonando la severità e il giudizio.

Dal momento in cui ho iniziato a fotografare, 8 anni fa, ho inconsapevolmente fatto fototerapia, sia a me con l’autoritratto, sia verso gli altri:
– ho collaborato con la LILT di Bologna proponendo Portrait de Femme Therapy : ho fotografato le donne malate di cancro in cura, dimostrando che se valorizzate senza photoshop ma con uno sguardo amorevole e sapiente anche loro potevano essere delle belle donne. Un vero tocca sana per la loro autostima fondamentale per il proseguo della cura.
– Ho lavorato con i ragazzi delle medie di Milano, utilizzando la fotografia emozionale e l’autoritratto per raccontare la realtà circostante ed esprimere emozioni.
– Ogni giorno la fotografia che propongo si rivolge alle donne puntando alla valorizzazione della loro autenticità e unicità per avere si una bella foto ma un’esperienza emozionale che resta anche dopo il servizio fotografico. Le donne da me fotografate si amano decisamente di più e questo perché una persona (io) ha creduto in loro e visto la loro bellezza interiore ed esteriore, senza giudizio o aspettativa alcuna.
– Occupandomi di campagne sociali sui disturbi alimentari e sull’autolesionismo, sono entrata in contatto con alcune realtà no profit offrendo il mio supporto ai ragazzi.
– Ho ideato e realizzato  il progetto Donne e Uomini allo specchio, dove la sfida era quella di essere se stessi allo specchio e davanti alla fotocamera. Un progetto innovativo e sorprendente sotto ogni punto di vista.
[progetti realizzati qui ]

Il motivo per cui ho iniziato a fotografare è sicuramente questo: far star bene le persone e ciò è dovuto ad un passato di disturbi alimentari felicemente risolti. Nel 2019 ho deciso di riunire tutte le mie esperienze in questo senso e proporre un tipo di fotografia e soprattutto di ritratto diverso dal solito, un ritratto più intimo ma anche l’esperienza associata a questo.

★ UN INCONTRO CON SE STESSI

Come avviene ?
– indosserai una maglietta e pantaloni della tuta (prediligendo i colori: bianco, nero, grigio o un paio di jeans), senza scarpe
– la sessione inizia muovendoti liberamente con una musica in sottofondo cercando di lasciarti andare allontanando riserve e giudizi
– sedendoti per terra o rimanendo in piedi, ti solleciterò a sfiorare il tuo corpo con le mani per riappropriarti di te stesso, della tua fisicità. Ti chiederò di chiudere gli occhi, di guardarti allo specchio, di guardare me e l’obiettivo.
Un’ora di questo, per alcuni niente, per altri troppo. Quando ami è riduttivo spiegarlo a parole vero ?

Sessioni individuali o di coppia della durata di un’ora presso il mio studio.
Le fotografie saranno consegnate in bianco e nero (come sotto).
Dettagli e costi : RITRATTO TERAPIA

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fonti di studio

-F. Alinovi e C. Marra, La fotografia. Illusione o rivelazione?, Il Mulino, Bologna 1981.
– R. Barthes, La camera chiara. Nota sulla fotografia, Einaudi, Torino 1980.
– L. Berman, La fototerapia in psicologia clinica. Metodologia e applicazioni, Erickson, Trento 1997.

– S. Ferrari, Lineamenti di una psicologia dell’arte. A partire da Freud, Clueb, Bologna 1999.
– S. Ferrari, Lo specchio dell’io. Autoritratto e psicologia, Laterza, Roma-Bari 2002.
– A. Marques Pinto, La Fototerapia in Italia: una ri-scoperta
http://www.phototherapy-centre.com/italian.htm

Ritratto come terapia

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La fotografia serve a far vedere quel che non si vede, a far esistere quel che non c’è, a rendere conoscibile l’inconoscibile. Quando l’invisibile si è fatto visibile, in quel preciso istante un pezzo di mondo è morto ed è rinato altrove. E’ lì che dobbiamo puntare il nostro obiettivo fotografico se vogliamo scoprire qualcosa di noi”.

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La fotografia terapeutica promuove la presa di coscienza di sé, favorisce il riconoscimento e la comunicazione degli stati emotivi.

Quello che per i fotografi comuni è normalmente il punto di arrivo (ossia la foto finita), per la fotografia terapeutica è invece il punto di partenza: l’obiettivo non sono solo belle foto, l’obiettivo è l’esperienza che si sta vivendo abbandonandosi a se stessi, decidendo di vivere e poi mostrare la propria vulnerabilità, rabbia, tristezza, gioia, emozioni insomma, che troppo spesso soffochiamo per assecondare l’aspettativa degli altri o la nostra inconscia sete di giudizio.

L’obiettivo è scoprire la propria bellezza e soprattutto la propria autenticità attraverso la libertà di essere senza vergogna e autocelebrarsi con amore sano e fiero.

Fin dalle sue origini si è creduto molto al potere terapeutico della fotografia.  

E’ stata spesso utilizzata da medici e psicologi come mezzo di supporto alla terapia tradizionale per affrontare e curare conflitti interiori: il paziente scattava liberamente nell’arco della giornata alcune fotografie, tenendo una sorta di diario fotografico, che poi venivano usate nel processo di analisi.
In alcune malattie come ad esempio i disturbi alimentari dove lo schema corporeo dei malati è disturbato (distorsione dell’immagine corporea, rappresentata da una mancata corrispondenza tra il corpo reale ed il corpo soggettivamente percepito), si è scoperto  che la fotografia rappresenta un mezzo straordinariamente efficace per l’analisi e la cura di questo tipo di patologia.
L’immagine corporea non è un mero fatto di percezione oggettiva, ma ha implicazioni più profonde e soggettive. Inoltre rappresenta la base di partenza delle relazioni sociali: una percezione negativa dell’immagine corporea può avere conseguenze deleterie per il soggetto che la vive, comportando ansia sociale fino all’isolamento completo, preoccupazione ossessiva per il peso e la forma corporea, bassa autostima, patologie psichiatriche quali depressione e DCA.
Le ricerche scientifiche in questo campo, arrivano ad affermare che il contesto in cui viviamo e gli stimoli che riceviamo dall’esterno possono essere in grado di influenzare profondamente i comportamenti e gli ideali estetici di bellezza.
Questo è possibile nella misura in cui l’immagine interna che abbiamo del nostro corpo non corrisponde a ciò che vediamo riflesso allo specchio, ma è invece fortemente influenzato dal modo in cui ci raffiguriamo, dai sentimenti negativi o positivi che proviamo nei confronti del nostro aspetto fisico e dalla discrepanza con il nostro modello di corpo ideale.

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